venerdì 17 marzo 2017

Tor di Valle: dalle anse di civiltà alle ansie di decivilizzazione





“La Legge Speciale garantirà poteri ultra commissariali: in virtù dell'emergenza in atto dovrà essere limitata o azzerata la capacità di veto dei sindacati così come la capacità della giustizia amministrativa di bloccare progetti, appalti e opere pubbliche. Per velocità delle procedure, trasparenza degli atti e qualità degli interlocutori istituzionali Roma diventerà il luogo migliore in Europa dove investire.”

Il blog di “Roma fa schifo”



“Un’isteria urbanistico architettonica, una cacofonia cementizia che ci assorda e ci squilibra non appena mettiamo il naso fuori di casa.”

Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi



“Lo shopping è con tutta probabilità l’ultima forma restante di attività pubblica”

Rem Koolhaas 









Il braccio di ferro tra favorevoli e contrari al progetto stadio con annesse le tre torri disegnate dall’archistar Daniel Libeskind, su un’ansa del Tevere situata all’interno del Comune di Roma, ha fortemente calamitato per settimane l’attenzione cittadina e non solo, complice anche il monitoraggio mediatico riguardo la giunta 5Stelle al Campidoglio, esperienza considerata un banco di prova per farsi un’idea di quello che potrebbe essere un loro governo a livello nazionale. Tra i favorevoli al progetto ci sono i cosiddetti “proponenti”, cioè gli imprenditori, fiancheggiati da chi nel Pd, cioè nella giunta precedente a quella dei 5Stelle, aveva deliberato in favore del progetto. Tra i contrari troviamo il mondo dell’associazionismo ambientalista e dei comitati di quartiere. Sono state spese molte parole sui perché dell’autoscioglimento della giunta piddina a guida Ignazio Marino, e molte se ne continuano a spendere riguardo la vera essenza dei 5Stelle, sia come formazione elettorale in generale sia sul tipo di esperienza che si sta consumando sul colle capitolino. Non è quindi questo il luogo per ripercorrere i fatti e aggiungere ulteriori considerazioni.

Molte parole sono state inoltre spese sull’auspicabilità o meno del progetto dello stadio e delle torri. I favorevoli si appellano alla qualità del progetto e ai benefici che la città ne trarrebbe sia in termini economici che infrastrutturali. I contrari ne denunciano, invece, le pessime implicazioni ecologico-urbanistiche, nonché una serie di aspetti procedurali che, proprio da un punto di vista legale, sarebbero quantomeno eccepibili. Le ragioni dei contrari sono molte e tanto vale tentarne una breve sintesi:

- L’area di edificazione è a rischio esondazione del fiume. 

- L’area è una delle quattro (cioè poche) anse del Tevere rimasta verde.

- Il progetto ingorgherebbe ulteriormente di traffico automobilistico un’area già in sofferenza.

- Dall’edificazione non deriverebbe alcun beneficio per i residenti, per il semplice motivo che l’area scelta è disabitata (a fronte di alcune periferie tormentate).

- Il Comune dovrebbe cedere gratuitamente cubature e caricarsi di alcuni oneri di manutenzione (per es. di una pompa idrovora contro i rischi di esondazione in caso di forti piogge) in cambio di infrastrutture a spese dei proponenti che però altro non sarebbero che le vie d’accesso a quanto verrebbe edificato.

- La scelta dell’area di Tor di Valle per l’edificazione non segue la pianificazione razionale della città ma è legata soltanto alla possibilità del proprietario dei terreni (Parnasi) di onorare un debito di 700 milioni nei confronti di Unicredit.

- Il "pubblico interesse" deliberato dalla precedente giunta Pd verrebbe confuso con la "pubblica utilità" (la quale implicherebbe la possibilità di concedere compensazioni e la variante urbanistica) riguardo un progetto per cui non è prevista perchè di proprietà privata. E men che mai è prevista una compensazione in cubature del 76% oltre lo stadio, che appunto costituisce il 14 % del progetto (il progetto iniziale prevedeva in totale qualcosa come oltre un milione di metri cubi di edificato).

- Il modello dell’urbanizzazione contrattata è un modello che sta irrimediabilmente sfigurando il paese.

Nel frattempo la sindaca Virginia Raggi ha ottenuto dai proponenti la cancellazione delle tre torri di Libeskind rinunciando in cambio alle compensazioni (gli accessi), con un compromesso che appare a molti un “rimedio peggiore del male”, anche perché implicherebbe un leggero aumento del consumo di suolo in larghezza.

Le considerazioni che seguono intendono contaminare le posizioni contrarie al progetto di edificazione le quali hanno, nella loro azione di contrasto, ad avviso di chi scrive, il limite di percorrere quasi esclusivamente lo strumento giuridico, leva con cui si finisce per appiattire ogni critica, ignorando lo sfondo su cui il progetto dei grattacieli si inquadra, che è quello di una crisi dovuta alla scomparsa di profittabilità nella produzione e nell'effetto, inevitabile dal punto di vista sistemico, della finanziarizzazione, dimensione cui appartiene ormai pienamente anche il mattone. Mettere in risalto questa dinamica rende possibile l'aggregazione dell’attenzione diffusa in una contro-opinione pubblica che possa, anche attraverso il paradigma dell’urbanismo, diffondere una critica all’altezza dei tempi. Oltre a un certo riduzionismo giuridico, di per sé poco coinvolgente a un livello ampio, i riferimenti alla critica del neoliberismo nell’azione di contrasto, seppur sostenuta da illustri “cederniani” e urbanisti di riconosciuto prestigio (e il pensiero va soprattutto all’ex assessore Paolo Berdini), per quanto condivisibili, non superano comunque una prospettiva nostalgica che, in quanto tale, non può essere in grado di propagarsi oltre il dato contingente della specifica controversia.

Intanto proprio il senso comune neoliberista sta da un certo numero di anni impegnando nel nostro paese una serrata guerra di egemonia concentrandosi proprio sulla capitale, isolandola nell’immaginario dell’iperreale mediatico social e giornalistico, dissociandola dalla dinamica generale di una crisi economica che implica sia la crisi della fiscalità generale che l’obbligo europeo del pareggio di bilancio, imponendo tagli sempre più cospicui ai trasferimenti nel quadro generale di un drammatico indebitamento dei Comuni. Una propaganda all’insegna dell’etica liberal-protestante dell’”autoresponsabilità” e della "tolleranza zero" pretende di “convertire” Roma ai presunti benefici effetti a cascata che sarebbero determinati dalla completa deregulation delle privatizzazioni e degli investimenti. Ma di quali investimenti si tratta?


Profittabilità e microelettronica

La competitività sul mercato di un paese, quella che incide sul Pil, si basa perlopiù sui settori a forte innovazione tecnologica. È a questi settori che sono riferiti termini come crescita e sviluppo: scarpe, computer, elettrodomestici, automobili etc. devono competere sul mercato mondiale in una corsa all’abbassamento dei costi da parte di ogni impresa che li produce. L’impresa edilizia costituisce un segmento della valorizzazione dei capitali la cui importanza non può certo essere sottostimata, ma gli edifici costituiscono beni durevoli in cui la rincorsa all’abbassamento dei costi di fabbricazione è molto limitata: non solo un edificio in quanto merce non può essere collocato in un supermercato, ma la velocità e la quantità di manodopera per la sua realizzazione non si sono sensibilmente ridotte dall’età premoderna, a differenza per esempio per quel che riguarda bulloni ed elettrodomestici, cibi in scatola, detersivi o pannelli solari. Se così non fosse, e considerando che l’espansione delle città comincia a partire dall’industrializzazione, il sistema produttore di merci non avrebbe mai conosciuto crisi né mai ne conoscerebbe, visto che la maggior parte della terra sul pianeta rimarrebbe ancora a disposizione del cemento, e questo sia detto al di là delle evidenti catastrofiche conseguenze ecologiche che una simile espansione dell’edilizia avrebbe già comportato (a un livello considerevolmente peggiore della già drammatica situazione presente, quantomeno in termini di consumo di suolo). A ben vedere, il forte investimento nell’edilizia rappresenta uno sfogo per i capitali in eccesso (crisi da sovrapproduzione). Se a monte della crisi del 2007 e del crollo di Lehman Brothers si trovava la moltiplicazione di valori fittizi attraverso la cartolarizzazione di masse di mutui inesigibili (i subprime) concessi dalle banche commerciali, sono ora soprattutto le global-city coi loro quartieri di grattacieli a distinguersi come una delle forme esteriori più evidenti della bolla speculativa. Il ritorno alla crescita produttiva, cioè all’impiego di nuove masse di manodopera, dovrebbe comunque sempre seguire ogni crisi successiva allo scoppio delle bolle (per inciso va ricordato che l’euforia del comparto immobiliare ha quasi sempre anticipato una crisi). Quello cui assistiamo, invece, è la costituzione in serie successive di nuove bolle. Quale ne è la ragione? Essa risiede nei limiti storici che il sistema produttore di merci ha raggiunto. L’unica reale fonte del valore a livello di capitale complessivo è infatti il lavoro vivo, il quale si trasforma in lavoro morto (il prodotto del lavoro che va sui mercati). Le macchine (il capitale fisso) si limitano soltanto a cedere il valore in esse già contenuto (va cioè conteggiata la spesa per il loro acquisto, la loro manutenzione e la loro usura), fatto da tenere a mente, sia detto di passaggio, per poter intuire tra l’altro quanto sia irrealistica la recente proposta di un tycoon come Bill Gates di tassare la robotica (che altro non è che lavoro morto, lavoro passato). Se è proprio l'innovazione tecnologica che permette di risparmiare sul costo del lavoro, cioè sulla quantità di lavoro vivo erogata per ogni unità di prodotto, con l'effetto che diminuirà la quota di valore in esso contenuto, ne consegue che l’imprenditore equipaggiato di nuovo capitale fisso compenserà tale perdita (di valore) aumentando proporzionalmente in quantità l’offerta dei prodotti da immettere nel mercato, mantenendo al livello precedente il tasso di profitto. La progressiva perdita di valore in ogni merce sarà cioè compensata dall’espansione del mercato, cioè da un maggiore quantitativo di merci da produrre e dall’apertura di nuovi settori, quindi da una sovracompensazione dell’impiego di manodopera, ciò che costituirà un ciclo di ascesa per la valorizzazione, almeno fin quando la diffusione del nuovo standard produttivo nel grosso delle imprese di produzione sfocerà in una nuova crisi di sovrapproduzione. Questa dinamica di crisi cicliche e compensazioni è stata però man mano sovvertita storicamente dall’avvento della terza rivoluzione industriale a partire dagli anni ‘70. La microelettronica quale forza produttiva consente infatti una razionalizzazione dei settori produttivi più rapida dell’innovazione sui prodotti e dell’espansione dei mercati: la manodopera che viene espulsa dalla produzione non viene più riassorbita in un nuovo ciclo, col che si determinano svalorizzazione del lavoro e disoccupazione di massa, con l’inevitabile conseguenza della svalutazione di quello che rappresenta l’equivalente di tutte le merci: il denaro.

Capitale fittizio e bolle immobiliari

L’avvento del neoliberismo e la sua perdurante egemonia a partire dagli anni ’80 è stata quindi la principale risposta, l’unica possibile, all’impossibilità per i capitali di profittare nei settori produttivi in seguito all’avvento dell’high tech. Ogni nuovo standard di produttività/profittabilità detta infatti immediatamente legge sull’intero mercato mondiale (nozione evidente ma su cui ancora molti economisti “critici” stranamente non pongono la giusta attenzione, come se all’interno di ogni paese non ci fosse la concorrenza di merci provenienti dall’estero). La via di fuga da questo limite sistemico endogeno è rappresentata dal rigonfiamento del capitale fittizio nelle borse transnazionali, denaro che si moltiplica da sé stesso simulando una valorizzazione reale, ciò che rappresenta il consumo anticipato di future entrate del tutto presunte poiché dovrebbero provenire proprio dall’economia reale. In questo modo il famigerato neoliberismo in realtà non ha fatto altro che rimandare vieppiù lo scoppio dell’enorme potenziale inflazionario derivante dal progressivo restringimento della redditività nella produzione.

I grattacieli non rappresentano altro che un deposito per i capitali i quali non trovano più profitto nella produzione. Il loro scopo è quello di produrre plusvalenze mantenendo vigenti valori puramente fittizi, giusto per dare un'ulteriore dose di “viagra” ai titoli sul mercato e per evitare la deflagrazione della bolla. Va da sé che se il “trionfo” dei grattacieli è un chiaro indicatore di una crisi nell’economia reale, non smette di porsi un problema di realizzo (di compravendita) senza il quale i nodi verranno al pettine. La residua forma di realizzo sul mercato è giocoforza rappresentata dal competere sull’attrazione dei fondi speculativi globali. È per questa ragione che assistiamo per esempio al fatto che, al cospetto di un’impressionate quasi totale dismissione industriale nella regione Lombardia, i grattacieli milanesi di Porta Nuova vengono acquistati da un fondo sovrano del Qatar (un califfato in cui vige la legge della Sharia), o che palazzi antichi del patrimonio pubblico a Torino, a Firenze e ancora a Milano, vengono acquistati da qualche immobiliarista straniero. Se interi quartieri di Londra e Parigi sono di proprietà delle corporation e molti centri delle “global-city” si trasformano in non luoghi dello shopping, mentre una consistente parte della classe media viene dichiarata superflua fino a venire espulsa negli slums, se siamo giunti al livello per cui i sindaci delle maggiori città competono fra loro nel tentativo di svendere il patrimonio pubblico e aggiudicarsi capitali stranieri in una dimensione che è puramente speculativa, secondo un processo di estrazione del valore i cui protagonisti sono definiti dalla sociologa Saskia Sassen “formazioni predatorie”, ne consegue che un approccio critico che si limiti a una petizione di principio contro il neoliberismo in nome di un velleitario ritorno a un New Deal keynesiano, il cui esito non potrebbe essere che l’esplosione delle bolle e lo tsunami dell’inflazione, avrà l’orizzonte precluso da ogni possibilità di incidere su un processo di decadenza che ha bisogno di ben altra profondità critica. Il cosiddetto real estate è cioè attualmente un potente indicatore della crisi sistemica in atto e quindi un possibile fecondo generatore di conflitti sociali. Siamo arrivati ormai al punto che non pochi analisti valutano le entità delle bolle tenendo conto della misura in altezza dei grattacieli. Così come qualcuno comincia quantomeno a constatare il fatto che il contributo sempre più preponderante al Pil delle bolle di mattone non può che alla fine investire un paese intero con il relativo effetto domino oltreconfine. 

L'Italia, un paese sfigurato 

Ora è vero che l'Italia non è il nuovo paese dei grattacieli, ma la questione del mattone qui si è prefigurata nel modus operandi della devastazione, attraverso le continue deroghe ai piani regolatori e l'abnorme abusivismo edilizio i cui condoni hanno fornito il consenso di un vero e proprio blocco sociale dove Camorra, 'Ndrangheta e Cosa Nostra ne hanno costituito lo strato più denso ai fini del riciclaggio del denaro, cosiddetto, sporco. La commistione tra capitale di credito, capitale fittizio e proventi mafiosi è evidentemente necessaria ai fini della tenuta sistemica se tra le linee guida indicate da Eurostat si consente l'inclusione in conto Pil dei proventi della criminalità organizzata. In generale, la "deregulation reale" del mattone, in Italia ha determinato una situazione che, a volersi togliere l'assuefazione dagli occhi, è quella per cui, su 25 milioni di edifici realizzati da prima di Cristo, più della metà, 13 milioni, è stata costruita a partire dalla fine degli anni '50, cioè in poco più di mezzo secolo (la fonte è Italia Nostra). Ma il senso comune continua a definire l'Italia il "bel paese", avendo perlopiù in mente solo le oleografie dei suoi borghi medievali e dei suoi centri storici, anch'essi intanto non esenti da scempi e scelleratezze di ogni tipo. Non bisogna poi soprattutto tralasciare un problema che già comincia a fare capolino anche in non pochi Comuni italiani (e non solo del meridione) e la cui generalizzazione prima o poi dovrà assumere contorni inquietanti, vale a dire la forzata abdicazione dalla manutenzione dell'infrastruttura urbana (inclusi servizi basilari) il cui costo dal punto di vista del capitale rappresenta una spesa improduttiva, finanziabile mediante fiscalità generale, cioè la tassazione dei riusciti processi di investimento nella produzione di merci. Che non ci sono. Rispetto a ciò, i più smaliziati propagandisti di casa nostra  colgono l'occasione per propagandare gli investimenti dei costruttori immobiliari secondo il ragionamento per cui, se è effettivamente proprio l'eccessiva espansione delle città italiane a far lievitare i costi di manutenzione delle infrastrutture, l'alternativa deve essere costruire in intensità (e quindi anche in altezza, coi grattacieli), e non lo stop al consumo di suolo congiunto alla demolizione di tanta bulimia cementizia inutile (gli edifici vuoti e inutilizzati non si contano). Elementari esigenze di civiltà urbana cui, di nuovo, il realismo economicista risponde  con l'affermazione secondo la quale lo smaltimento del demolito rappresenterebbe, in quanto a costi, un problema ancora maggiore di quello dell'abusivismo in sè, come ha dichiarato qualche tempo fa De Luca, il governatore della Campania, in un sud Italia in cui secondo l'Istat sono illegali 60 fabbricati su 100 (con il primato nazionale di abusi edilizi che spetta proprio alla Campania). Quanto le estreme conseguenze logiche di questo realismo cieco al processo in atto di desostanzializzazione del denaro siano una minaccia non è difficile immaginare.  

Hybris fallica e struttura patriarcale del valore


Vale la pena di spendere qualche considerazione anche sul lato estetico-simbolico dei grattacieli. La più grottesca propaganda non lesina di paragonare le cosiddette archistar agli architetti rinascimentali. Qualche audace arriva seriamente a citare l’impatto, per l’epoca rivoluzionario, dell’elevata cupola di Santa Maria del Fiore ad opera del Brunelleschi, per nobilitare i grattacieli con l’appellativo di monumento contemporaneo. Si afferma che se fosse per la mentalità di chi è critico nei loro riguardi, tanti celebri monumenti del passato non sarebbero mai sorti. Monumenti, comunque, limitati in altezza, così solitamente continua questo tipo di propaganda, a causa delle limitate possibilità tecniche del passato premoderno, come se il Torrazzo di Cremona non superasse i 110 metri già nel lontano Alto Medioevo. Tale impostazione della questione rappresenta la classica retroproiezione della moderna ragione economicista a tutta la storia dell’umanità. La presunzione di voler rappresentare, per esempio, 5000 anni di antico Egitto dal punto di vista di appena due secoli di società industriale mostra in pieno il “culturicentrismo temporale” dell’uomo moderno (da cui non ne è esente la stessa concezione materialistica della storia del vecchio movimento operaio). Nel mondo premoderno si edificavano templi, infatti, secondo un'idea legata al divino, non certo per valorizzare capitali. Le stesse città venivano fondate con un atto sacro. La società capitalistica è invece una formazione storico-sociale specifica e distinta da tutte le precedenti, fondata sulla valorizzazione del valore, il fare più denaro dal denaro, mortificando ogni contenuto sensibile a prodotto di scarto di questa tautologia cibernetica. 
L'arte che necessita di molta manodopera generalmente ricade, si potrebbe dire con qualche ragione, nella produzione di consenso, un'esibizione del potere patriarcale concreto. Ma questa esibizione è sempre mediata (Giano, Marte, cattolicesimo romanico, rinascimentale, barocco, e, ancora, lo stile umbertino col suo recupero di motivi tipicamente italiani, il neoclassicismo eclettico etc. etc.). Senza questa mediazione, senza uno scarto, un'eccedenza, l’architettura storica sarebbe soltanto l'apologia dell'orrore dello sfruttamento reciproco degli esseri umani (relazioni di dominio sempre implicate nel feticismo sociale). Il grattacielo, al contrario, in quanto mero brand, arriva a rappresentare immediatamente l'economicismo, cioè la presunzione finanziaria e, simbolicamente, la riduzione dell’individuo al fallo eretto dell'homo homini lupus (il soggetto della concorrenza). Tale simbolismo è progressivamene assurto a monoteismo immaginale a causa della privatizzazione totale del mondo e, di conseguenza, alla scomparsa di ogni altro orizzonte di senso (e di varietà) che non sia l’essenziale nucleo identitario della modernità, cioè il soggiacente e strutturale codice patriarcale alla base della legge del valore, la quale per funzionare deve collocare in un artificioso femminile quale sfera a sé, la presunta unica inclinazione a tutte quelle attività relegate in un irreggimentato privato (sentimento, emozione, assistenza, cura degli altri, governo della casa, educazione dei figli, ricettività, accoglienza etc.), attività assegnate alla donna e svalutate in partenza in quanto non passibili, per l'appunto, di valorizzazione, per quanto necessarie e senza le quali la vita non sarebbe semplicemente possibile.


Ora, è fin troppo ovvio che "il bello" non può immediatamente coincidere con la raffigurazione del denaro o con la glorificazione della compravendita. Nel grattacielo questa coincidenza diventa però quasi totale, in esso è cioè assente ogni eccedenza, ogni scarto, in quanto diretta rappresentazione dell’istituto finanziario, capitale cioè non produttivo di valore ma la cui esistenza è possibile solo al di sopra di esso in quanto sua funzione: il credito. Come mai, dunque, questa assenza di mediazione? Il fatto è che nel grattacielo sono fusi insieme "arte" (come produzione di consenso), capitale di credito (banche) e capitale fittizio (titoli, valorizzazione immobiliare). Il futurismo glorificava gli strumenti del dinamismo del capitalismo (visti come mezzo di sradicamento dall'immobilismo e dal privilegio "vaticanista"), riflettendo l'ascesa del capitalismo in Italia, per quanto non nel senso di un conscio riflesso ideologico (tra i futuristi non mancarono per esempio molti anarchici). Il grattacielo, invece, con alla sua base necessariamente grandi investimenti, rappresenta  il denaro che produce denaro senza passare per la produzione di beni reali (il lavoro e le merci). Proprio per questo, anche dal punto di vista della rappresentazione estetica, non c'è più mediazione, scarto ed eccedenza. Semmai il grattacielo rientra più nel concetto di Guy Debord di spettacolo delle merci, in questo caso l’autovirilizzazione trionfalistica di un mercato che in verità presente il proprio fallimento e la propria obsolescenza. Nel grattacielo noi non percepiamo solo la rappresentazione di un istituto di credito e le attività ad esso associate, ma anche la sua asettica astoricità, la sua decontestualizzazione dalla tipicità locale, la sua subalternità alla rapida caducità estetica (la nuova moda è già ora quella dei grattacieli mobili in senso rotatorio). L’estetica del grattacielo, mediaticamente ormai onnipresente, è in simbiosi con i dispositivi della “tolleranza zero” e la videosorveglianza, il socialdarwinismo e non di rado una concezione della ricchezza come pura ostentazione. In questo senso essi immagazzinano le aspettative frustrate di un ceto trasversale atomizzato e livoroso, la cui catarsi si manifesta come pulsione concorrenziale alla sterilizzazione di ogni impurità, declinata in un senso eminentemente classista (cioè rivolta verso chi sta peggio) e questo nel momento in cui appare sempre più chiaro che la competizione tra l'ideologia prefettizia del neoliberismo è in una competizione solo apparente con l'ideologia più schiettamente etnopopulista, e questo, si badi bene, quando il consumatore/elettore e la partecipazione democratica della massa dei soggetti del reddito si vanno trasformando in un'ingombrante e anacronistica zavorra per gli imperativi speculativi.  

Un ulteriore senso che possiamo trovare nelle ambite algide vette del grattacielo è il loro tendere ad innalzarsi lontano dalle impurità del mondo terreno, manifestando così una somiglianza tra i monoteismi religiosi e il valore di scambio, il quale aspirerebbe a librarsi dal valore d'uso, il lato concreto veicolatore del valore, per abbandonarsi al puro moto d'inerzia cibernetico di una desiderata vita eterna che somiglia alla pulsione di morte. E non è diventata, nella modernità, proprio la banca, secondo Walter Benjamin, la chiesa cui rimettere il nostro debito?


Dal momento, però, che la ricerca di un'attività di produzione di denaro tramite denaro (finanziarizzazione) rappresenta l'unica prospettiva rimasta al mercato (appunto, qui, l'attesa speranzosa dell'arrivo delle corporation che investano per la valorizzazione immobiliare), il grattacielo non è la manifestazione spettacolare del trionfo della "fine della storia", ma semmai della crisi della modernità, per l'evidente ragione che, ripetiamolo, il mercato si può espandere solo sulla base dell’impiego di masse di lavoro vivo. A meno che, certo, non ci si voglia illudere che intere città fantasma costruite in Africa dai cinesi sarebbero un indice di salute del mercato mondiale e non, appunto, uno sfogo dei capitali in eccesso.





Alcuni riferimenti:

Berdini Paolo La città in vendita

De Gasperi Mario Bolle di mattone 

Harvey David Il capitalismo contro il diritto alla città


Sassen Saskia "Così i padroni delle città hanno conquistato il mondo" (Intervista a La Repubblica 13 luglio 2016)