mercoledì 14 settembre 2016

Sul malessere nella teoria


- A proposito della necessità di autonomia della Teoria critica nei confronti della «prassi» -
 
Intervista a Robert Kurz sulla radio F.R.E.I., nel 2007 [*1]

Presentazione:
 
Ciò che emerge da questa conversazione - quel che può essere fatto praticamente e quel che potrebbe essere utilizzabile - sono le solite esigenze che una Teoria critica si trova a dover affrontare. Troppo spesso è su questo metro che se ne misura il valore. L'evidenziazione, per mezzo di una Teoria critica, dei presupposti taciti e delle sovrapposizioni al sistema messe in atto dalla ragione quotidiana, viene regolarmente rifiutata; si invoca piuttosto un Master Plan, un'idea utopica, come se l'emancipazione non fosse altro che una questione concettuale. Visitate la società liberata con Jet Tours! Ma la Teoria critica non ha alcun biglietto aereo da distribuire. Al contrario, essa deve tener duro contro la pressione dell'utilizzabilità pratica.

Script:
 
Il fine di una Teoria critica è il rovesciamento pratico e radicale dei rapporti sociali. Ma per mantenere lo sguardo su tale fine, la Teoria critica dev'essere presa sul serio in quanto forma autonoma di pratica sociale. La questione del «Che fare?» [*2], inteso come una serie di istruzioni dettagliate per l'azione immediata rischia di perdere di vista proprio la pertinenza pratica della riflessione teorica. Sotto il diktat della falsa immediatezza di un pretesa alla pratica, la Teoria critica si trasforma in ragione strumentale e borghese strutturalmente maschile, come è stato tipicamente il caso del marxismo del movimento operaio sotto il vessillo della «modernizzazione di recupero». Oggi, dopo la fine del movimento operaio, appaiono in seno alla sinistra dei concetti di ricambio, ma sempre sulla stessa base problematica. In un periodo in cui i movimenti sociali, privi di qualsiasi potere di intervento, rimangono limitati ad una pratica simbolica in cui la sinistra fa mostra di un desiderio di pseudo-attivismo, la mediazione fra la riflessione e l'azione rischia più che mai di finire nel dimenticatoio. Al contrario, bisognerebbe, in un processo di «contro-mediazione» storica, mantenere la tensione fra Teoria critica e possibilità di azione pratica.

INTERVISTA

Giornalista: Laddove gli esseri umani sono assogettati alle esigenze impudenti del sistema capitalista, o dove si raggruppano per protestare, per opporsi alla distruzione globale dell'ambiente e delle condizioni di vita, ad esempio, o alle idee razziste ed antisemite - la lista potrebbe continuare - è proprio là che le esperienze della pratica sono insufficienti a percepire la realtà dietro le cose. Se quindi non ci si vuole solo agitare alla cieca e battersi contro dei mulini a vento, si deve passare attraverso lo sforzo della teoria. Ma perché si ha così spesso l'impressione che molte delle azioni menzionate provengono invece da intuizioni o da schemi ideologici che credevamo morti e sepolti da molto tempo? Com'è possibile che tutti questi movimenti o gruppi anticapitalisti abbiano così tanta difficoltà a darsi un'ossatura teorica o un orientamento? È questa la prima domanda che rivolgo a Robert Kurz.

Robert Kurz: Oggi, la necessità di una nuova critica del capitalismo che vada oltre il marxismo del movimento operaio, viene riconosciuta in tutto il mondo. È anche questo il motivo per cui la critica del valore, la critica del lavoro astratto, la critica del rapporto di dissociazione sessuale e la nuova teoria della crisi, incontrano un innegabile interesse. Ma allo stesso tempo questo interesse rimane spesso deluso nel vedere che la nuova teoria non si accompagna a delle direttive immediate per l'azione.
A mio avviso, bisognerebbe innanzitutto criticare il bisogno che si trova spesso dietro tale delusione, il bisogno di un'applicazione immediata delle intuizioni teoriche nella forma di una prassi alternativa. Per quel che riguarda la critica radicale questo è assolutamente impossibile. Ritengo che questo bisogno provenga esso stesso da un profilo di esigenza capitalista, dal momento che nel capitalismo, com'è noto, una teoria ha valore solo se può essere utilizzata direttamente, iniettata in qualche modo nel processo di valorizzazione del capitale. Ed è proprio quest'esigenza che attualmente tiene banco nelle università. Per me, la critica del valore comprende anche una critica di queste esigenze senza fiato.

Il tentativo di esecuzione immediata rivelerebbe per così dire una sorta di dogmatismo pratico, in quanto la Teoria critica costituisce un momento autonomo della pratica sociale e non deve diventare, com'è avvenuto col marxismo di partito, la serva della pratica politica o movimentista, incaricata solamente di legittimare ciò che viene fatto comunque, e nel cui caso perde ogni valore.
Questo non significa affatto che la nuova teoria critica rimane in attesa della grande esplosione e dichiara impossibile le attuali pratiche di lotta, per esempio quelle contro l'Hartz IV o contro il razzismo. Ma io penso che il rapporto fra teoria e prassi sia un rapporto complesso, né diretto né semplice. In quanto, nello stesso modo in cui esiste una tensione fra la teoria ed i fatti empirici che risulta dal fatto che la realtà non viene mai riassorbita del tutto nei concetti teorici, allo stesso modo credo che vi sia una tensione fra la pratica teorica, se così vogliamo chiamarla, e la pratica propria ai movimenti sociali. Penso che questo tipo di tensione vada mantenuta. La critica del valore, la critica del lavoro e la critica della dissociazione possono a tal riguardo designare un nuovo obiettivo storico, benché ciò non porti naturalmente ad uno sconvolgimento istantaneo. C'è sempre un rapporto fra la strada e la meta. E inoltre questa teoria può analizzare il terreno della crisi mondiale e scoprirne l'orientamento - mettiamola in questo modo - che non ci farà restare senza fiato ma al contrario manterrà la distanza. Tuttavia essa non può fornire con precisione un comodo modo di usarla che ci possa servire da modello per l'azione.

Giornalista: Per contro, altri lo forniscono insieme a dei tentativi di pseudo-spiegazioni, come ad esempio fa il libro Impero di Hardt/Negri apparso tre anni fa, e questi tentativi hanno molto successo fra i giovani.

Robert Kurz: Per molti, le teorie di tendenza postmoderna come quelle di Hardt/Negri appaiono più attraenti in quanto sono apparentemente più fermamente orientate verso la pratica. Ma in questo caso si tratta solo di un'aria che si danno. Non vi è alcuna analisi precisa della crisi capitalista ed ancor meno una critica delle categorie di base del capitalismo, quali il valore, il lavoro astratto o il rapporto di dissociazione sessuale. Tutto questo viene lasciato nell'indeterminazione, o piuttosto si dovrebbe dire: viene tralasciato e basta, in quanto si tratta per molti versi di un marxismo del movimento operaio riscaldato e ricoperto di salsa postmoderna. Si sostituisce semplicemente la buona vecchia classe operaia con la cosiddetta moltitudine, un termine nel quale si può far rientrare tutto e di più, dai resti della classe operaia fino alle piccole imprese nel settore informatico, passando, perché no, per i migranti. Questo permette, anziché esaminare in maniera critica le condizioni, le differenze e le forme di evoluzione, di appropriarsi in maniera immaginaria di qualsiasi fenomeno, movimento, rivolta, ecc., nel mondo, del movimento antiglobalizzazione così come del regime di Chavez in Venezuela, della rivolta delle banlieu o del movimento dei liceali francesi. Alcuni addirittura cercano di recuperare in un modo o nell'altro i movimenti legati alla barbarie islamista. Questo dà loro la sensazione di far parte di un movimento globale, ma si tratta solo di un'illusione. Frequentemente ciò è legato ad una sorta di posa esistenzialista proveniente più da Heidegger che da un Marx rivisto con occhio critico. La pratica rimane in larga misura simbolica: ci si fa belli e si attende la gran serata, l'avvenimento - è uno dei topos di quest'ideologia - l'avvenimento destinato a far confluire l'attivismo dei movimenti in un'azione grandiosa, senza che si sappia dove si vuole esattamente andare a parare né cosa si deve superare. Allora si evocano, come sempre, i potenti di cui bisogna spezzare il potere, mentre le forme di base del capitalismo, lavoro incluso, rimangono un rumore di fondo non criticato. C'è in questo, a mio avviso, una comprensione meramente soggettiva del dominio; e per contro in questo modo si preferisce attenersi a questo soggetto che ci è familiare, il soggetto postmoderno di un mondo in crisi, e non si vuole considerare la costituzione capitalista che gli è propria. Un tale orientamento della prassi mi sembra vuoto, e gira quindi a vuoto, anche se forse arriva, in maniera effimera, ad offrire a molte persone una sorta di fattore di benessere.

Giornalista: Quindi dobbiamo rassegnarci al fatto che una vera e propria teoria critica debba piuttosto creare in noi un malessere. Ma perché la teoria non può essere un manuale di istruzioni per la pratica?

Robert Kurz: La teoria critica si concentra sempre sulla totalità, cioè a dire la totalità sociale. La pratica movimentista, di contro, ha in primo luogo a che fare con certi aspetti parziali e con fenomeni particolari, ad esempio con le misure antisociali prese dall'amministrazione capitalista di crisi, con le chiusure di fabbriche, con i costi troppo elevati per gli studi, con le distruzioni ecologiche, oppure anche il razzismo ed altri fenomeni analoghi. In molti hanno evocato questa parcellizzazione delle lotte. Ed uno dei compiti della teoria a mio avviso consiste - per mezzo di movimenti particolari, di lotte, di problematiche o di rivendicazioni - nel tenere presente la totalità negativa che rappresenta il contesto formale capitalista, al fine di non far cadere nel dimenticatoio il fine di trasformare l'insieme della società.
Naturalmente, nella pratica, non possiamo raggiungere questo fine se non attraverso un lungo processo di mediazione. Ma per mediazione qui non intendo teoria della comunicazione in senso borghese, del tipo di "come faccio a spiegare anche a mio figlio" nella maniera più semplice possibile, di modo che il consumatore medio comprenda immediatamente - al contrario, mediazione significa un difficile processo d'influenza reciproca fra pratica teorica così intesa e pratica sociale movimentista.
Per me la teoria intende la totalità così, nel senso che essa solleva costantemente la questione della riproduzione della totalità sociale - inclusi i momenti dissociati, ed in particolare quelli delegati alle donne - ed orienta la discussione verso le alternative ad un livello profondo, al livello della totalità sociale. Questo include una critica dei tentativi di quelle piccole comunità neo-utopiche che pretendono di vivere immediatamente un'alternativa, qui e subito, nel bel mezzo del capitalismo, lontano dalla grande socializzazione.
Dal momento che la teoria intende così la totalità, secondo me deve accompagnare la pratica movimentista per mezzo di commenti che siano innanzitutto critici, vale a dire non sul tono di una Signora-so-tutto-io, ma ponendosi sul registro della critica delle ideologie.

In quest'ottica, aprire il dibattito con tutte le varianti della famosa critica tronca del capitalismo, è una missione essenziale della Teoria critica. E ciò implica anche il fatto di orientare la teoria e la pratica verso un contesto trans-nazionale, e questo non solo a livello organizzativo, ma anche nella sostanza. Ciò include anche un aperto dibattito sulla regressione che tocca in maniera ricorrente tutto il paese (compresa la sinistra) e che reca in sé una nostalgia dell'economia keynesiana, un'ideologia del ritorno alla regolamentazione statale che ci ha fatto assistere a manifestazioni come quella dell'ondata di euforia per le bandierine nere-rosso-oro [N.d.T.: bandiere tedesche].
In maniera volutamente provocatoria, direi che la teoria finalizzata alla totalità è in qualche modo, per la macchina della prassi, una spina in un piede, piuttosto che una specie di manuale tecnico giapponese. A mio avviso, ci sono molti modi di praticare la critica, e la prassi fallirà sempre se si allontana dalla teoria rimanendo troppo rapidamente delusa perché tutto questo gli sembra troppo difficile e troppo poco istruttivo.
Tuttavia, per me il rapporto fra teoria e prassi non è in alcun modo a senso unico. Le pratiche possono, a partire dai loro contesti movimentisti, apportare delle esperienze, delle domande, delle critiche e dei suggerimenti, ma per far questo devono innanzitutto impegnarsi realmente esse stesse nella teoria, anziché attendere che sia la teoria a fornire, in qualche modo, dalla sera alla mattina, delle facili risposte.

NOTE:

[*1] - Il testo è una trascrizione dell'emissione radiofonica con Robert Kurz su Kooperative Haina/Radio F.R.E.I., Erfurt https://www.freie-radios.net/15588 ; data dell'emissione: 23 luglio 2008.

[*2] - Riferimento al saggio di Lenin (1902).
trad.  Franco Senia