domenica 19 giugno 2016

MAGGIO E’ ARRIVATO


Il modello di digestione ideologica della crisi nei contesti della critica del valore



Il tema previsto per questo saggio doveva essere inizialmente “Razzismo e antisemitismo come ideologie della crisi”. Ho per ora messo da parte questo tema per un’elaborazione posteriore – considerato che si può leggere qualcosa di rilevante sull'essenziale nel mio articolo su EXIT!: La nuova critica sociale e il problema delle differenze (Scholz, 2004). Questo perché “nel frattempo è successo qualcosa”, che ora, purtroppo, esige un’attenzione maggiore in quanto contesto ideologico particolare: la scissione di Krisis che ha finito per portare alla fondazione della nuova rivista teorica EXIT!. Vedo le ragioni essenziali di questa separazione, allestita dal residuo Gruppo Krisis con metodi disonesti, nell’atteggiamento di un’associazione mascolina di concorrenza patriarcale, nella problematica edipica che le è associata e, non in ultimo, nella questione “materialista volgare” del potere di amministrazione della “scatola”, per l’appunto in un contesto associativo mascolino in tempi di crisi, in cui cioè l’esistenza materiale diventa sempre più precaria. In termini di contenuto, tuttavia, si tratta di concezioni – per nulla indipendenti da tali motivazioni – che riguardano l’importanza non solo del sessismo ma anche del razzismo e dell’antisemitismo nella costituzione della modernità nel suo complesso e nello stesso contesto attuale. Perciò anche quest’ultima questione, l’approccio strutturale al razzismo, al sessismo e all’antisemitismo nella residua Krisis, dovrà essere oggetto del presente articolo.

E’ certo che spesso diventa difficile tener conto di queste differenti dimensioni nell’esposizione concreta. Ciò vale anche per gli autori e le autrici di EXIT!. Ma è differente se tale tentativo costituisce un principio – come nel contesto di EXIT! – o se sessismo e razzismo sono trattati soltanto come mere manifestazioni derivate “dal valore”. Non è un caso che il tema originale del seminario del 2004 “Digestione ideologica della crisi” è stato messo da parte dal residuo Gruppo Krisis, dopo aver collocato in seguito a un golpe una maggioranza illegittima all’assemblea dei soci, per stabilire poi come tema del seminario di maggio la tematica riduzionista del loro nuovo libro contro il lavoro, Dead Men Working, che significativamente ha per sottotitolo “Istruzioni d’uso (!) per la critica del lavoro e della società in tempi di amok sociale” (Lohoff e altri, 2004). La relazione con la critica del razzismo/antisemitismo e del sessismo, a mio avviso, deve essere particolarmente esaminata anche nel contesto di Krisis. Dal mio punto di vista, al riguardo, è utilizzata dalla residua Krisis e dal suo campo di riferimento l’elaborazione ideologica piuttosto che la critica dell’ideologia, in quanto è ricercato un legame, tra gli altri, con la coscienza immediata (di movimento), la quale è ben capace di esclusione sociale, legittimandola ideologicamente quando il suo interesse si vede minacciato. In questo senso avviene appena una pseudo-tematizzazione tattica, superficiale e subordinata di razzismo, antisemitismo e sessismo.

E’ certo, inoltre, che la critica del valore poteva finora sorgere necessariamente soltanto in forma merce, come produzione di testi; dopo tutto doveva e deve essere pubblicata. Nuovo tuttavia è il fatto che essa debba essere trasformata in merce da scaffale, secondo un postulato della preoccupazione che è in sintonia con l’intento degli attori quando la propria esistenza diventa precaria e ci si illude di un proprio vantaggio sul mercato. Qui, nell’attuale situazione di imbarbarimento sociale (mondiale), un neo-populismo “della critica sociale” si incontra con il mercato. In questo quadro è necessario sottolineare che la critica della dissociazione-valore non può consistere in un’impresa di marketing né in un’impresa di agit-prop a buon mercato dietro le attuali congiunture (anti-)politiche di un capitalismo in decadenza, ma deve permanere critica sociale di principio, senza avere semplicemente e incondizionatamente lo sguardo rivolto a un pubblico crescente, come accade nel frattempo nel residuo Gruppo Krisis (vedere a tal proposito in particolare l’ultima carta ai membri di Krisis del dicembre 2004, Trenkle 2004). Se necessario, se il successo è possibile solo a patto di smorzare la critica (dell’ideologia), questa deve restarsene lontana dal successo e accontentarsi dei pochi compagni d’armi. La posizione “selettiva” di distanziamento è un’esigenza ancor più pressante proprio nell’attuale difficile situazione di “collasso della modernizzazione” (Robert Kurz). Se si cede al postulato della preoccupazione, una 'critica del valore' riduttiva può essere svenduta come se si vendessero saponette o aspirapolveri da parte del venditore di paccottiglia postmoderno che, dopo l’ascesa e la conseguente caduta del capitalismo da casinò, vagabonda ora ovunque dall’inizio del primo decennio del XXI secolo.

Se dunque la stessa critica del valore corre il rischio di trasformarsi in ideologia, diventa necessario, lasciando sullo sfondo le liti e le offese personali, tracciare rigide linee di demarcazione sul contenuto, diventa cioè necessario constatare espressamente che le differenze che si pretende siano meramente personali si basano invece su decisive differenze di contenuto  più di quanto il residuo Gruppo Krisis sia disposto ad ammettere. Queste linee di demarcazione in termini di contenuto proprio in ciò che riguarda la critica dell’ideologia, sono tanto più necessarie dal momento che non è affatto inverosimile che, con l’intensificarsi della crisi, una critica riduttiva del valore possa venire strumentalizzata fortemente non solo in contesti di sinistra, ma anche in contesti conservatori di destra, poiché questa relazione, in fin dei conti, attraverso una determinata ricezione parziale spurgata dell’aspra critica dell’ideologia, può anche soccombere al centro sociale fortemente orientato a destra visto che, diventando sempre più obsoleto, si sente di conseguenza minacciato.

Ovviamente le teorie di sinistra non sono mai state immuni dai tentativi di appropriazione della destra; questo vale tanto per la teoria critica della “Dialettica dell’Illuminismo” di Horkheimer e Adorno, quanto per l’approccio della teoria del discorso di Foucault, e anche pubblicazioni della precedente critica del valore sono state oggetto di tentativi di cattura da parte di organi come la Jungen Freiheit (1), in stile fronte trasversale (2). Nuovo ora, tuttavia, nello sviluppo recente di determinate posizioni della critica del valore nel contesto più ristretto o più ampio della residua Krisis, è che queste posizioni si avvicinano a posizioni di destra a partire da dentro, attraverso il riferimento a un interesse populista del quotidiano, feticista dell’immediato e in questo senso negatore delle astrazioni.

Ora, dalla scissione di Krisis, dopo che alcuni testi sono stati prodotti dalla residua Krisis e dalla sua cerchia nebulosa, possono essere pienamente giustificati i timori sul fatto che sia avvenuta nel contesto di Krisis una vera e propria svolta a destra dal putsch, ciò che, secondo l’opinione di alcuni di loro, sarebbe stato affermato dall’autrice in seguito alla rottura, con il solo scopo della denuncia, visto che gli sperati rappacificamenti non si sarebbero fatti aspettare e nel frattempo si sarebbero potuti verificare. Si è così tentato di denunciare certe tendenze solo in relazione ad altri, come ATTAC, mentre si continuava tuttavia ad occultarle e a camuffarle nel proprio contesto. Alcune delle cose che dirò di seguito sono già state riportate nei testi di Robert Kurz nell’homepage di EXIT!. Ma in ogni caso non voglio smettere di affrontare ancora una volta esplicitamente questo tema dopo che il mio testo, al tempo ancora interno, sulla svolta a destra, è stato visto come pura denuncia. Così si vedrà che per quel che riguarda le divergenze con la posizione della residua Krisis, che ora diventano chiare, non si tratta affatto di un mero “narcisismo della differenza minima” in termini di contenuto, né di una incompatibilità di “culture della discussione”, come si affermava in una circolare ai membri di Krisis in occasione del conflitto della scissione.

Voglio tuttavia cominciare col presentare alcuni aspetti del concetto di ideologia dal punto di vista della critica della dissociazione-valore, ciò che è rilevante per la discussione sul contesto della residua Krisis – anche se il pieno sviluppo di un concetto di ideologia non può ovviamente essere fatto qui e perciò esso sarà provvisorio. In seguito sarà esaminata con la lente di ingrandimento l’ideologia di crisi che si sviluppa nel contesto ristretto e allargato della residua Krisis.

1.

Ideologia, anche per la critica della dissociazione-valore, è necessariamente falsa coscienza, che digerisce le contraddizioni sociali in modo del tutto irrazionale e distruttivo con il contributo personale dei soggetti, mantenendo alle radici e alle motivazioni di questo pensiero un carattere incosciente. Un interesse particolare è fatto superficialmente passare per interesse umano generale. Questo vale tradizionalmente non soltanto per la “borghesia”, ma anche per il proletariato concepito alla maniera dell’antico marxismo, che, come soggetto particolare, fu considerato salvifico per tutta l’umanità. Così afferma un dizionario filosofico della RDT: “Dal momento che la liberazione della classe operaia coincide con la liberazione umana, essa è allo stesso tempo ideologia umana universale” (Klaus/Buhr, 1964, p. 252). Il concetto di ideologia diventa così positivista.

La teoria della dissociazione-valore, nel suo concetto critico di ideologia, rompe con il modello struttura-sovrastruttura e prende in considerazione la totalità della costituzione materiale-economica, cultural-simbolica e socio-psicologica. Le formazioni ideologiche che si costituiscono sono quindi viste in questo quadro complesso. Il pensiero ideologico è sempre anche pensiero reificato, che afferra elementi del contesto totale senza prendere in considerazione la sua processualità e immaginandolo in una forma francamente volgare. Contrariamente ai diversi marxismi, tuttavia, non vedo questo pensiero fondato solo sulla forma valore/plusvalore, ma piuttosto allo stesso tempo sulla dissociazione-valore in quanto principio sociale formale. Contro il pensiero ideologico, in quanto pensiero reificato nel senso tradizionale, si esige, quindi, un pensiero che tenga realmente conto delle contraddizioni, delle rotture, delle ambivalenze e anche delle differenze, e che non le classifichi di nuovo semplicemente, per così dire in modo hegeliano, in termini di teoria della forma.

In tempi di postfordismo e dopo il collasso del socialismo reale non esiste più un’ideologia nel senso di un’ideologia dei grandi gruppi (opposizione proprietari del capitale – classe operaia), che fu ancora caratteristica durante l’ascesa del patriarcato produttore di merci, essendo diventata ora totale l’ideologia del capitalismo che dura in eterno. A differenza della tipica società moderna dei grandi gruppi, oggi l’ideologia si frammenta. Tuttavia, anche nel contesto dell’individualizzazione è necessario prestare particolarmente attenzione al fatto se non si costituiscano, proprio negli ambienti delle cosiddette nuove classi medie in rovina, forme e contenuti di coscienza che presentano inoltre momenti ideologici sessualmente mediati.

Proprio nella crisi possono spuntare, come risorsa, punti di vista particolari mediati dalla concorrenza che, nel modo pseudoconcreto e feticista dell’immediatezza, prendono per criterio la propria preoccupazione riguardo una determinata situazione oggettiva. Un nuovo razzismo e un nuovo antisemitismo hanno qui non in ultimo la loro origine. Decisivo qui, ancora, è che nella formazione ideologica, essenza e apparenza sono confuse, per esempio quando si pretende di incolpare i migranti per la situazione desolante del mercato del lavoro, o di responsabilizzare “i mercati finanziari” perché “il mondo è diventato una merce”.

Nella modernità, e a maggior ragione nella postmodernità, l’industria culturale o i “nuovi media” in generale assumono un ruolo decisivo nella formazione dell’ideologia. Tuttavia parto dal principio che esiste sempre una dialettica tra individuo e società, ossia, che non è semplicemente che l’industria culturale “manipola”, ma deve anche cadere su un terreno fertile negli stessi individui, per quanto oggi ”la società (mondiale)” in generale possiede senza dubbio preponderanza strutturale.

Le ideologie sono soggette a mutazione sociale e devono essere viste nel contesto storico specifico ma mai, appunto, come semplici “riflessi”. Così è necessario sospettare del fatto che il “carattere autoritario”, come carattere sociale, abbia concluso il suo servizio in tempi di identità flessibili compulsive. Continuano a realizzarsi costellazioni, situazioni sociali e sensibilità che promuovono attitudini e opinioni antisemite, razziste a autoritarie (cf. Bischoff/Müller, 2004). Si dovrebbe seguire ciò con maggiore dettaglio, al di là delle prospettive teoriche dal punto di vista della politica e di altri, che non vogliono saper nulla della critica dell’ideologia, o la vogliono ”esternalizzare” strumentalmente.

In ogni caso razzismo, antisemitismo e sessismo sono questioni sempre vive, costitutive della struttura fondamentale del capitalismo, e che emergono con particolare violenza in tempi di crisi, tempi in cui i sentimenti di precarietà e di “abbandono” (Hannah Arendt) guadagnano terreno; però, in questa situazione, la formazione ideologica deve essere analizzata al contempo nella sua processualità storica, e il concetto di ideologia non può tornare a essere presentato in forma reificata come definizione decontestualizzata.

2.

Ora salta agli occhi che la residua Krisis si adatta all’immagine (alla descrizione) della sinistra radicale degli ultimi anni e le si adatta in modo francamente gioioso, considerato che questa sinistra non è affatto libera dalle ideologie dominanti. Se negli anni ’90, quelli del culmine borsista e del consumismo, in cui il capitalismo da casinò ha sperimentato il punto più alto, il consumatore di lusso avrebbe dovuto rappresentare il vero dissidente così come la sovraffermazione (consumista) sarebbe stata una critica in fondo genuina, oggi la sinistra cerca di assegnare una dignità straordinariamente dissidente alle briciole del settore culturale e dei (nuovi) media che dicono, per esempio: l’avarizia è cool, voglio l’a buon mercato, mantenermi come un essere umano – nei tempi attuali vale molto (spot pubblicitario con le confezioni di risparmio con Iris Berben), accurato e poco costoso etc..

Di conseguenza, anche il motto del movimento della sinistra radicale rappresentato dalla rivista Arranca dice logicamente: “L’appropriazione è in, il lamento è out” (Arranca, nº 28, 2003). Hardt/Negri scoprono “vantaggiosamente” la protesta non soltanto, prima di tutto, nei nuovi lavori immateriali e tra i migranti per sé, ma più semplicemente in una “moltitudine” amorfa. Dopo gli sgradevoli anni ’90, in cui si era predisposto il consumatore come dissidente, oggi accade qualcosa nella sfera della critica della globalizzazione. La sinistra qui reagisce come se avesse assunto anfetamine. Così si dice nell’introduzione del libro Radikal global pubblicato nel 2003: “Il lavoro per questo libro, che è stato concepito un anno fa, sembrava un ottovolante di sentimenti e si è sviluppato tra momenti di euforia e fasi nella più profonda depressione” (Bruns, 2003, p. 16). Proprio in questo senso vivace, Thomas Seibert difende nella stessa collana, con l’articolo The people of Genua, una “sinistra post-avanguardista”, in un certo modo nel senso di un leninismo della differenza che appare paradossalmente postmoderno (Seibert, 2003). E tutti gli uomini della vecchia sinistra scomparsi negli anni ‘90 si trascinano ora fuori dai loro anfratti e tornano a farsi importanti.

Da ogni parte si scoprono “forme embrionarie” all’interno del capitalismo, le quali si presuppone puntino al suo superamento. Con ciò, anche la propria preoccupazione e la propria miseria (materiale) diventano il primo criterio della critica sociale. Già un tempo, appunto nei passati anni ’90, quel che si sapeva riguardo al razzismo veniva concepito dal punto di vista dell’immediatezza e con un interesse primario in relazione alla propria persona. Già nella fruizione del consumo pop (vedere la rivista Die Beute [Il bottino], sorta negli anni ‘90) questa attitudine era presente nella problematizzazione meramente edonista del razzismo (per la critica vedere Scholz, 1995). Se ora, con la decadenza dell’era del consumo postmoderno, il gioco è finito, la rinuncia deve essere ancor più ammorbidita con gusto nel decorso del “collasso della modernizzazione”.

In altre parole: non pochi spezzoni della sinistra si ingannano pensando che il Signor Meier, padrone di casa postmoderno con l’orecchino e il gel nei capelli, potrebbe essere ora attivato come potenziale in sé di emancipazione. Questo dimostra che la sinistra indossa costrutti dell’industria culturale, o che l’industria culturale impresta durante la crisi sensibilità corrispondenti che poi la sinistra pretende di considerare trascendenti. In questo punto l’industria culturale si impossessa della condizione materiale precaria, che guadagna terreno, dal momento che anche la sua stella va tramontando sempre di più con il declino del capitalismo.

Tuttavia, “il comune” come normalità fu sempre costruito dalla narrazione della sinistra come potenza socialmente trascendente. Così scrive in tutta serietà Lorenz Glatz su Streifzüge – e qui ormai anticipiamo la critica alla residua Krisis: “La salute psichica può essere definita solo come misura media, più o meno stabile e dunque normale della malattia. In tempi di crisi del contesto sociale, questo stato perde visibilmente stabilità, si accumulano ovunque i più diversi stadi patologici al di là della misura normale'” (Glatz, 2004). Glatz abbandona qui tutti i criteri della teoria critica, usando il concetto di patologico non come semplice invettiva, ma seriamente, come constatazione positivista, e pretendendo di introdurre criteri di “salute” e di “malattia”; un’ideologema compatibile con le peggiori tradizioni della storia dell’ideologia e della modernizzazione occidentale, specialmente tedesca. Inoltre così egli si autorappresenta come esaminatore e “medico giunto al capezzale del soggetto” (Robert Kurz), che pensa di poter classificare chi possiede “giudizio” e chi no.

Una tale posizione, proprio nel contesto della “critica del valore”, che consiste nel dividere la società in “sani” (o “relativamente sani”) e “malati”, in “normali” e “anormali”, va incontro alle attitudini autoritarie che Heitmeyer, in un sondaggio recente, constata esistano oggi in perlomeno l’80,1% degli intervistati in Germania: “Per difendere la legge e l’ordine sarebbe necessario procedere con più vigore contro gli emarginati” (Heitmeyer, 2002, p. 59 sg.). L’ideologia della patologizzazione va qui in una direzione prevedibile. Dal momento che la residua Krisis e anche Streifzüge non hanno più molto a che fare con la “legge”, Glatz finisce con l’assumere il “pace e ordine” quale intenzione soggettivamente trascendente della società contro i patologizzati.

Anche nell’attuale posa della moltitudine-molteplicità si esprime la finzione e l’illusione di un’esistenza-quotidiano-normalità postmoderna, in un’indifferenza al contenuto che per principio si associa con tutto. Tuttavia – questo per chiarire – la prospettiva della moltitudine perlomeno non parte da una “teoria” della patologizzazione, strumentalizzabile in qualsiasi momento da parte di interessi propri immanenti e da attitudini alla discriminazione, in cui sempre traspare anche un sentimento contro lo “straniero”/”altro” in cui ora si può incappare nella residua Krisis o in Streifzüge.

3.

Benché oggi la sinistra si dichiari ottimista, gli è certificata da Lohoff & Cª una ricaduta a letto. Qui surfano sulla stessa onda: “L’amok del terrore dell’economia richiede chiaramente un contromovimento sociale e una rinascita della critica sociale. Tuttavia l’opposizione anticapitalista è come se fosse paralizzata, mostrandosi rassegnata al destino e senza orientamento (malgrado tutto il nuovo volontarismo! R. S.). Lungi dal sostenere l’indignazione crescente, essa ammutolisce e si presenta come tutt’altro dalla cristallizzazione di una possibile resistenza” (Lohoff e altri, 2004, p. 8).

In questo quadro si consuma lo sbilanciarsi della residua Krisis verso l’opportunismo di movimento. Centrali sono le parole d’ordine “appropriazione delle risorse” e “preoccupazione”, come se tali euforici slogan non mediati fossero la loro scoperta più tipica. Così afferma, per esempio, Karl-Heinz Lewed: “All’ordine del giorno c’è la formulazione di un punto di vista che propaghi l’accesso cosciente al contesto sociale e alle risorse sociali. Questo aspetto fondamentale deve unire ogni resistenza, per quanto differenti siano e debbano essere gli approcci individuali, anche in termini di contenuto” (Lewed, 2004, p. 184). Se per anni la discussione teorica è stata in primo piano, ora essa viene orientata alla pratica; “è arrivato il tempo” in cui (presuntivamente) la teoria deve dimostrare, adesso, nell’immediato, la sua rilevanza pratica. Che kairós per le frasi “critiche del valore”” sulla prassi! Mercato e Stato si pongono fuori da sé dalla lotta, sta quasi per essere raggiunta una prospettiva di appropriazione emancipatoria per l’anti-soggetto ormai adesso estremamente preoccupato! Il riferimento a una nuova preoccupazione si esprime insidiosamente, tra gli altri, nel seguente passaggio: “Questa paralisi (della sinistra oggi, R. S.) pare essere la conseguenza di un dissolvimento tematico. Guerra e pace, razzismo, sessismo, ecologia e solidarietà internazionale hanno mobilitato ripetutamente la sinistra negli ultimi decenni e hanno scatenato violenti dibattiti. La realtà sociale (!) e del lavoro nella propria terra (!!!), invece, quasi non apparivano più nelle discussioni e quasi non giocavano alcun ruolo nell’autocomprensione della sinistra. Per questo il ritorno alla ‘questione sociale’ pone l’opposizione anticapitalista nella terra incognita di un campo di conflitto sociale sconosciuto. Ovvio che non devono essere solo le congiunture politiche a essere incolpate dall’abbandono delle questioni della riproduzione quotidiana nel capitalismo. Il disinteresse sistematico si è dovuto anche, e soprattutto, alla strana prospettiva per cui il pensiero anticapitalista ormai si è abitualmente occupato di questo insieme di problemi, cosa che comunque fa ancora adesso. La nuova sinistra non ha mai considerato la realtà sociale e del lavoro come oggetto di critica autonomo. Piuttosto – coerentemente all’eredità marxista – ha subordinato ostinatamente la discussione di queste questioni alla famigerata ‘questione delle classi’” (Lohoff e altri, 2004. p. 9).

Nel Manifesto contro il lavoro, a questo proposito, ciò suonava in modo differente: “Invece di collegare concrete battaglie sociali di resistenza contro determinate misure del regime dell'apartheid, con un programma generale contro il lavoro, questa richiesta (di un reddito minimo garantito, R. S.) punta a mettere in piedi una falsa universalità della critica sociale, che da ogni punto di vista resta astratta, immanente al sistema e impotente. Non si può superare con questi palliativi la concorrenza sociale dovuta alla crisi. Si presuppone, ignari, che la società del lavoro globale continui a funzionare in eterno, perché da dove arriverebbe il denaro necessario per finanziare questo reddito di base garantito dallo Stato, se non dai processi riusciti della valorizzazione? Chi vuole costruire su tali "dividendi sociali" (e già l'espressione dice tutto), deve, nello stesso tempo ma tacitamente, presupporre una posizione privilegiata del "proprio" paese nella concorrenza globale. Infatti soltanto la vittoria nella guerra mondiale dei mercati permetterebbe transitoriamente di mantenere alcuni milioni di commensali "superflui" a casa propria, naturalmente escludendo tutti gli uomini senza il passaporto giusto”. Nel frattempo anche il personale della residua Krisis si è reso compatibile con parole d’ordine riduttive quali “reddito minimo”, sul terreno preparato non in ultimo luogo dall’enfatizzazione del quadro nazionale nella “realtà sociale” della “propria terra”.

Qui si vede che la realtà “sociale” e del lavoro diventano esplicitamente la stessa e unica cosa, come se “il sociale” potesse essere localizzato solo nella realtà del lavoro. Si ignora intenzionalmente il fatto che il movimento femminista ha tematizzato il “sociale” e la “riproduzione del quotidiano” non solo all’interno della sfera dell’attività professionale, ma anche al di fuori di essa. Inoltre è certamente degno di nota che il razzismo, come determinazione sociale, venga situato fuori dal “sociale”; per non parlare dei problemi materiali della maggioranza dei migranti, non solo quelli illegali ma anche i legali. Ma non solo: razzismo e sessismo, come momenti integrali “del sociale”, si manifestano appunto anche fuori dal dominio immediato del lavoro, attraversando tutta la società – non in ultimo anche materialmente! Ciò esige una presa in considerazione sistematica del razzismo e del sessismo nell’analisi sociale (non soltanto esternalizzata come alibi).

Continuando con questo riduzionismo, si constata poi: “Si tratta di prendere sul serio la ‘questione’ sociale anche in riferimento al proprio quotidiano e alla propria situazione di vita. Non nel senso di una ‘politica in prima persona’, come nell’evaporato movimento alternativo, ma come solidarietà che scavalca tutti i limiti imposti dal capitalismo, al di là della politica dei rappresentanti e della romanticizzazione di un fantasticato soggetto rivoluzionario”, dal momento che oggi “per sempre più essere umani le precedenti forme di compromesso oppositivo (si trasformano) in un servizio psico-sociale di lusso difficilmente integrabile per molto ancora” (Lohoff e altri, 2004. p. 10).

Non sfiora a Lohoff & Cª l’idea di discutere del proprio quotidiano in quanto soggetti capitalistici, con i razzismi e i sessismi in essi esistenti. “Siamo tutti vittime”, uomo, donna, nero, bianco, rosso o meticcio, diamoci la mano e superiamo le barriere erette tra noi dal capitalismo “dal di fuori”. Si, quando riflettiamo sulla nostra stessa preoccupazione sulla vita quotidiana siamo molto nobili e generosi verso ‘gli altri’, non intendiamo porli sotto tutela, non pretendiamo di essere i loro rappresentanti e non abusiamo di loro come fantasmi del soggetto rivoluzionario – poiché questo è noi stessi, cioè lo siamo di nuovo adesso, segretamente e silenziosamente, se proprio lo si deve aggiungere.

L’uomo dell’Occidente, “trasformato in casalinga” dalle relazioni sociali di un capitalismo globalizzato di crisi, in una situazione materiale precaria, si stilizza qui mettendosi in luce come principale vittima. Citiamo in proposito Claudia von Werlhof, che ormai da più di vent’anni ha parlato dell’uomo “trasformato in casalinga” che era a venire. Werlhof e le cosiddette della Scuola di Bielefeld, con il loro principio della sussistenza, sono alquanto colpevoli per il proprio feticismo dell’immediatezza e per il proprio pensiero biologista. Ciononostante le considerazioni di Werlhof, formulate già all’inizio degli anni ’80, sono per molti aspetti ancora oggi impressionanti per quel che riguarda determinate formazioni ideologiche, così che ho deciso di prenderle in considerazione.

Scrive Werlhof: “Qualunque cosa le donne facciano deve essere proficuo e gratuito come l’aria che respiriamo. Questo vale non solo per i bambini, ma anche per il restante lavoro di casa e per il lavoro salariato, per l’attenzione emotiva supplementare ai colleghi, per l’amicizia, per la sottomissione, per l’essere sempre disponibili, per il guarire le ferite, per l’essere sessualmente prestanti (...), per il sopportare tutto, per l’essere in grado di sostituire tutti (…), per l’essere impercettibili e l’essere sempre presenti (...), per il comporre attivamente le cose, per il possedere fantasia ed emotività, con la fermezza e la disciplina di un soldato (…). Tutto questo costituisce la capacità del lavoro femminile (…). Credo che la ristrutturazione della nostra economia consista nel tentativo di educare anche gli uomini alla capacità di lavoro femminile (…). E’ questa capacità – e non il nostro lavoro salariato – che costituisce il modello del nostro futuro” (von Werlhof, 1983, p. 29).

E continua: “Tutte le forme di lavoro che questi lavoratori non salariati (lavoratori stranieri, esercito industriale di riserva, forza lavoro femminile nelle industrie delocalizzate nel terzo mondo etc., R.S.) hanno sviluppato, svilupperanno e a cui ultimamente adempiono per decisione superiore, sono per noi interessanti perché a breve le sperimenteremo. La scena alternativa è già cominciata, sia nella fattoria, sia in officina, sia in casa come casalinga. Lo Stato ha già cominciato, oltre alla propaganda del lavoro sociale volontario,  con per esempio la campagna “Le donne sono migliorate”, con la partecipazione generalizzata ai municipi di cittadini e dei disoccupati costretti a lavorare (…). E le imprese hanno cominciato attraverso il licenziamento dei lavoratori salariati liberi e l’utilizzo sempre più massivo di lavoratori salariati non liberi, ‘resi casalinghi’, 'naturalizzati', tra cui molte donne, intanto che anche gli uomini sono disposti a scendere dall’alto cavallo del proletario, dell’uguale e del libero e ad accettare tali condizioni di lavoro” (Werlhof, 1983, p. 130).

Lo sguardo a Dead Men Working ispira semplicemente una sensazione di déjà vu. Così per esempio si presentano orgogliosamente gli autori nelle autopresentazioni alla fine del libro: “Lothar… (…) padre di due figli di 6 e 18 anni. Infermiere ausiliare. Dal 1986 impegnato in diversi movimenti sociali e nei contesti di sinistra. Alcune situazioni: sala operatoria, funzionario di partito, casa per anziani ciechi, unità di terapia intensiva. Attualmente membro della commissione dei lavoratori a tempo pieno in una clinica. Impiegato volontariamente a part time”. “Achim… (…) conosce più o meno ugualmente bene il mondo della formazione (professore, analista di sistemi, ricercatore di religione), del lavoro e della disoccupazione. Dopo molti anni a pattinare con piacere nella lega comunista si è deciso a lavorare duramente nella critica del valore. Oggi redattore di Krisis” (Lohoff e altri, 2004, p. 299 sg.) etc.

E’ necessario vedere che, nella clientela che qui si ha in vista, questa trasformazione in “casalinga” è in stretto legame con quel che si chiama “caduta della classe media” (Barbara Ehrenreich), un fenomeno che Werlhof ancora non poteva vedere all’inizio degli anni ’80. Con la rivoluzione microelettronica delle forze produttive e la conseguente fuga del capitale (monetario) nei mercati finanziari diminuisce la quota parte del lavoro produttivo di plusvalore. Le nuove classi medie che si sono formate negli ultimi decenni, ingegneri, professori, assistenti sociali, informatici etc. sono ora minacciati dalla caduta. Tanto il lavoro materiale quanto il lavoro immateriale in questo senso sono ora decimati e viene reclutato un esercito di superflui come mai si era visto in tali ceti e ambienti (cf. anche Kurz, 2004).

E così come un tempo tra gli alternativi, si può constatare anche tra gli uomini di Dead men working, in uno stadio avanzato di caduta della nuova classe media, quel che Claudia v. Werlhof descriveva sulla situazione di allora: “Le donne – come del resto anche quelli ‘di colore’ – tra gli 'alternativi' continuano a non apparire, nemmeno tra le righe. Le conoscenze del movimento delle donne sono ignorate o plagiate, situazione in cui sono completamente travisate o sminuite senza trarne alcuna conseguenza (...)” (v. Werlhof, ibid., p. 131 sg.).

Di conseguenza tanto meno avviene una critica sistematica dell’ideologia in Dead men working (benché occasionalmente la vita borghese venga insultata di passaggio), e, di fatto, non solo per quel che riguarda il sessismo, ma anche riguardo il razzismo e l’antisemitismo: l’uomo bianco occidentale è rappresentato soprattutto come uomo-vittima. Ma si può star certi che si ricercheranno donne-alibi per Krisis (e potranno essere trovate) che legittimino i fondamenti androcentrici nascosti e che allo stesso tempo li rifiutino superficialmente in apparenza.

Com’è stato detto, si pretende di annullare la scomoda possibilità di una propria quota-parte di razzismo, antisemitismo e sessismo, e del confronto con essi, considerandoli come qualcosa di estraneo alla propria persona, che è tuttavia anch’essa costruita socialmente. Inoltre non passa inosservato che, ancora una volta, si applica uno schema struttura-sovrastruttura (qui “realtà del lavoro”, lì “fuori” ideologia), ora, però, su una base di critica del valore e del lavoro, che ancora una volta, degrada non solo il sessismo, ma anche il razzismo e l’antisemitismo a “sovrastruttura”.

4.

Sessismo, razzismo e antisemitismo sono dunque quel che erano in modo diverso nel marxismo tradizionale: “contraddizioni secondarie”. Ciò viene espresso nella citazione sopra il testo introduttivo di Dead man working e non solo. C’è nell’homepage di Krisis un abbozzo del testo di Lohoff intitolato Sujekt der Emancipation oder Emancipation der Subjekt [Soggetto dell’emancipazione o emancipazione dal soggetto] in cui razzismo e sessismo sono notevolmente sminuiti proprio in quel che riguarda la questione della costituzione del soggetto (Lohoff, 2004). Già nel numero 24 di Krisis, Peter Klein, nel frattempo ammesso nel circolo ristretto di coordinamento della residua Krisis al posto dell’autrice espulsa, scrisse un articolo intitolato Das Wesen des Rechts [L’essenza del diritto], in cui l’esclusione razzista e sessista passa inosservata nella costituzione essenziale del diritto (Klein, 2001).

Diversamente, a prima vista, sembra procedere Karl-Heinz Lewed nel testo Ausschluss und Zwang. Migration, Rassismus und prekäre Arbeitsverhältnisse [Esclusione e compulsione. Migrazione, razzismo e relazioni di lavoro precarie], incluso nella raccolta di Dead Men Working: “Questo razzismo dell’esclusione non costituisce una manifestazione meramente spontanea o fortuita, né una deviazione creata solo dalla manipolazione dei media e dalla classe dominante, ma ha radici profonde nel sistema della merce e del denaro”. Secondo Lewed, esistono qui “risentimenti che legittimano il potere, l’esclusione, la persecuzione e la sottomissione, risultanti (!) dalla ragione moderna”. In questo contesto si pone inoltre la “svalutazione delle donne” (Lewed, 2004, p. 170). E ancora: “Una riflessione adeguata e critica sulle relazioni sociali deve prendere in considerazione il contesto interno e la contraddittorietà del processo capitalista di base e le forme di digestione politica. La transizione verso un regime di apartheid del lavoro, con copertura razzista e assicurato da misure statali, non è l’emanazione di una volontà politica che decide in piena autonomia e sovranità, ma solo la conseguenza della crisi del lavoro e della sovranità statale. Ovviamente questo non deve significare il constatare il processo di crisi in modo meramente oggettivista. Al contrario. Solo attraverso il chiarimento critico sul piano su cui si deve posizionare un movimento sociale, contro le insolenze e le esclusioni, si potrà guadagnare la necessaria forza di irradiazione e di imposizione” (ibid., p. 178).

Lewed, pertanto, facendo ricordare l’affermazione di Werlhof, si erge a rappresentante dell’uomo precarizzato e trasformato in casalinga, disposto a scendere “dall’alto cavallo del proletario, dell’uguale e libero” e che consiglia o ordina la stessa cosa a tutti i cosiddetti altri. Con queste citazioni, scelte a titolo d’esempio, ormai diventa chiaro che, al contrario di Klein, Lewed tematizza si, di fatto, l’esclusione (tema che del resto nel precedente contesto di Krisis dovette essere introdotto con forza e con veemenza dal lato femminista), ma poi, allo stesso tempo, la vede come un semplice fenomeno derivato e non la considera come pertinente alla stessa costituzione fondamentale dell’essenza. E’ ciò che si vede molto chiaramente se il razzismo e il sessismo “hanno radici” profonde nel sistema della merce e del denaro, ma i risentimenti che legittimano l’esclusione e l’emarginazione sono poi considerati come mere “risultanti” (secondarie) della ragione moderna. Lewed usa la parola innocente “risultanti” per mantenere integra la propria logica essenziale, invece di vedere che questa stessa è una componente essenziale della “ragione moderna”, così come “l’altro” è egualmente lui.

Il “nuovo regime di apartheid”, in questa lettura universalista-oggettivista, è la mera conseguenza della crisi del lavoro e della sovranità statale. Non è considerato prendendo in esame un contesto totale capitalista costituito essenzialmente in modo razzista e sessista, che sarebbe necessario percepire su un piano materiale, socio-psicologico e cultural-simbolico e quindi interpretarlo anche dal lato soggettivo, quale piano di analisi autonomo, invece di derivarlo in modo meramente deduttivo dalla socializzazione della forma merce/valore, come Lewed fa in ultima istanza. La soggettività, in fondo, non è qui percepita anche sul piano dei soggetti razzisti, costituenti anch’essi la totalità capitalista; piuttosto, appunto razzismo, esclusione e discriminazione sono fatte derivare solo secondariamente dalla forma merce, o il cammino per la soggettività è ricercato a partire da qui! (vedere Lewed, 2004, p. 170). Significativamente la soggettività entra in gioco soltanto dopo, quando si tratta del piano del movimento sociale oggi, e l’uomo trasformato in casalinga, che ora lascia generosamente valere come contraddizione secondaria tutti gli “altri” declinati androcentricamente in termini di critica del valore, si permette di immaginarsi al centro di questo movimento.

Di conseguenza si afferma in modo riduttivo: “Si tratta di formulare la resistenza contro l’amministrazione repressiva della crisi della società delle merci sul piano della sua costituzione fondamentale del valore e del lavoro” (Lewed, 2004, p. 178). Le cattive “risultanti”, che dunque non appartengono a questa “costituzione fondamentale”, improvvisamente tornano a essere annebbiate sul piano fondamentale, di modo che la “costituzione fondamentale” possa essere considerata come oggetto indipendente rispetto alle “contraddizioni secondarie”. Qui Lewed fa un grande sforzo, su un piano descrittivo soprattutto empirico, per accentuare MORALMENTE la grande importanza del razzismo e del sessismo – resta l’impressione che lo faccia per nascondere la loro vera classificazione come contraddizioni secondarie del lavoro e del valore. Così, per esempio, nella seguente citazione tratta dal giornale Die Zeit: “Queste donne (impiegate illegali, R. S.), che lavorano come imprese individuali senza alcuna tutela sociale, svolgono a volte un’estenuante occupazione a tempo pieno lavorando di casa in casa ogni giorno. Dal lato del datore di lavoro, l’informalità vale denaro; non si paga la sicurezza sociale, l’assicurazione sanitaria, le ferie (…). In Germania si calcola fino a 1,5 milioni il numero di persone che vivono così, fuori dal dominio della protezione nel lavoro. Il posto di lavoro domestico, ampiamente sommerso, diventa così una nicchia e una soluzione d’emergenza per migranti senza documenti. La lista delle situazioni insostenibili è lunga: salario basso, spesso inferiore al minimo, giornata lunga di lavoro, ore straordinarie non pagate, fino al non pagamento del salario (…), spesso si hanno segnalazioni di violenza e molestia sessuale” (Die Zeit, cit. por Lewed, 2004, p. 173).

Sono passaggi come questi che suggeriscono molto bene quanto tali problemi siano presi sul serio. Qui si tratta di meri accessori morali, atti a mascherare il fatto che si mantiene libera da questa miseria meramente empirica il piano della logica essenziale. In tale contesto, ricordiamoci come nell’introduzione è stato osservato che oggi deve trattarsi piuttosto della “realtà sociale e del lavoro” e più precisamente “nella propria terra”, considerato che, tra gli altri, i “temi” del razzismo e del sessismo erano stati opposti esternamente a questa prospettiva. L’importanza secondaria, il carattere meramente subordinato di questi temi si esprime anche, del resto, nella presentazione che l’autore Lewed fa alla fine del libro: “Focus dell’attività negli ultimi anni: critica dell’illuminismo e critica della forma giuridica nella prospettiva della dissociazione” (Lewed e altri, 2004, p. 300). Dunque, secondo questa formulazione, potrebbe essere anche sotto qualche altra “prospettiva”, per esempio quella della difesa degli animali. La generalità astratta e il “tema speciale” sono attentamente, e già in termini semantici, stabiliti su piani differenti. La formulazione evoca sospettosamente i titoli dei lavori accademici che finiscono con il vigoroso “prendendo in considerazione…”, il che già suggerisce che quel che è fondamentale è qualcosa di completamente differente.

Proprio perché non corrisponde a una minoranza di articoli in Dead Men Working, la direzione dell’offensiva nell’insieme è ormai indicata senza margini di dubbio. Questo vale anche per l’articolo di Lohoff in conclusione, in cui egli tenta di nuovo una visione globale e si sforza di includere “sistematicamente” anche “aspetti” che prima erano poco chiari – ma appunto come derivati del valore e ad esso immanenti. I titoli corrispondenti dicono, per esempio: “La comunità di quelli che lavorano” (nel senso di comunità nazionale), “Valore-lavoro e coloro che non meritano di vivere” (trattando anche, per una volta, il “problema” e il “legame” “olocausto-lavoro”) e ancora: “Il lavoro è patriarcale”. Qui si lamenta soprattutto del fatto che le attività di riproduzione delegate alle donne oltre il dominio del lavoro non possiedono alcun “riconoscimento”. Come se fosse solo il “lavoro” e non anche il cosiddetto lavoro domestico a essere patriarcale, e durante la sua reale esecuzione alienato in modo particolare (Lohoff, 2004).

Ma l’uomo trasformato in casalinga segretamente non vuole vedere che il rovescio della stessa socializzazione negativa rappresenta un campo di attività romanticizzato dal lavoro astratto, in un certo modo una riserva che tradizionalmente è stata sempre saccheggiata con piacere dalle utopie androcentriche (di sinistra), senza mettere in conto gli aspetti oscuri e la struttura patriarcale che gli sono connessi. In questo contesto, io non mi sono stancata di scrivere nei miei testi che la dissociazione-valore designa un contesto sociale totale che “attraversa” tutte le sfere della società (privata e pubblica, dominio del lavoro, scienza, politica etc.) e non una soltanto. Invece Lohoff arretra qui a una “analisi del patriarcato” estremamente semplificata, senza complessità e reificata. Inoltre le attività di riproduzione sono dichiarate fatti ontologici, quando afferma che: “Nessuna società può esistere senza che ci si prenda cura dei bambini e senza che gli individui affrontino la riproduzione quotidiana per sé e per gli altri” (Lohoff, 2004, p. 291). Dal momento che qui questa separazione e distinzione tra lavoro e “lavoro” domestico non sarebbe già costitutiva del patriarcato produttore di merci, le attività di riproduzione tornano a essere naturalizzate come attributo delle donne (per la critica cf. Scholz, 2000).

Dead Men Working non si trova solo. Negli ultimi tempi si può vedere generalmente che, di fronte alla crisi e alla precarizzazione sociale crescenti, la “razza” e il sesso tornano a essere sminuiti a contraddizioni secondarie. Così constata anche Cornelia Klinger: “E’ necessario insistere su questo punto: visto che ultimamente ricominciano a mostrarsi tendenze per subordinare gli altri temi al concetto di classe (…), sarebbe necessario ricordare le esperienze del passato: la sussunzione dell’analisi della subordinazione sessuale al concetto di classe non costituisce alcun cammino percorribile. Per quanto 'inclusivo' il concetto di classe possa essere considerato, si tratta di campi categoriali differenti” (Klinger, 2003, p. 45, nota 64). Nella residua Krisis la categoria “classe” è semplicemente sostituita con “lavoro” e “questione sociale”, non essendo null’altro, dunque, in questo punto, dallo screditato marxismo di classe.

Per riuscire a veder questo è necessaria un’analisi più esatta, senza aggettivi e formulazioni moralistiche che oscurino la vista suggerendo uno scandalo che, tuttavia, a ben guardare, non si verifica, poiché lo scandalo (sul piano meramente empirico), devia verso una sdrammatizzazione (sul piano categoriale). In questo passaggio non si tratta altro che di frode quando proprio Lohoff riconosce a Robert Kurz “elogiativamente” il fatto che egli ha ora “finalmente” preso in considerazione sistematicamente la dissociazione-valore nel suo libro Blutige Vernunft [Ragione sanguinaria], e non l’ha lasciata come un “ciuffo lillà” (Lohoff 2004), come nelle precedenti pubblicazioni. Come se proprio Lohoff fosse stato interpellato per un giudizio, come se questo aver “preso in considerazione” fosse esistito da tempo, anzi da sempre nel contesto di Krisis! Lo stesso Ernst Lohoff che scrive il testo Subjekt der Emanzipation oder Emanzipation der Subjekt [Soggetto dell’emancipazione o emancipazione dal soggetto], ignorando quasi completamente il genere, ha la sfrontatezza di emettere tali giudizi! Come se la differente interpretazione della relazione di genere, cioè sapere se questa sia una relazione fondamentale pertinente alla logica dell’essenza, in sé frammentaria, o se sia una relazione meramente accidentale, non fosse diventata al dunque una causa centrale della separazione!

5.

In tale forma tanto riduttiva, il sessismo, il razzismo e anche l’antisemitismo che andiamo ad affrontare di seguito, sono diventati nella residua Krisis completamente secondari ed “esternalizzati” come temi-alibi. Così anche Trenkle scrive che “razzismo, antisemitismo, nazionalismo e teorie della cospirazione di ogni tipo (...) sono in auge in tutto il mondo. Né ne sono liberi i movimenti sociali. Soprattutto, tendenze antisemite entrano molto spesso in argomentazioni apparentemente critiche del capitalismo, o perlomeno vengono trasportate e tollerate in modo completamente irriflessivo” (Trenkle, 2004, p. 81). E in un articolo recente per Streifzüge, Entsorgung nach Art des Hauses. Zur Verharmlosung antisemitischer Tendenzen durch den wissenschaftlichen Beirat von Attac-Deutschland [Rimozione della spazzatura nello stile della casa. Sulla minimizzazione delle tendenze antisemite da parte del Comitato Scientifico di Attac- Germania] affronta in modo (apparentemente) critico radicale la questione del tema antisemitismo (Trenkle, 2004). Il che sarebbe benvenuto se si trattasse di cominciare a guardare in direzione dei propri difetti. L’autrice è intervenuta per anni a questo riguardo nel vecchio contesto di Krisis ed è rimasta con le orecchie scottate sia nei gruppi di discussione che nelle birrerie. Così, per esempio, dovetti lottare per far passare il mio articolo Die Metamorphosen des teutonischen Yuppie. Wohlstandschauvinismus, 90er-Jahre-Linke und kasinokapitalistischer Antisemitismus [Le metamorfosi dello yuppie teutonico. Lo sciovinismo del benessere, la sinistra degli anni ’90 e l’antisemitismo del capitalismo da casinò] che si oppone al dogma del mettere tutto sotto il cappello del valore in maniera oggettivista, così come rimarca la centralità delle differenze specifiche nazionali proprio in quel che riguarda l’antisemitismo eliminatorio in Germania; anche per la valutazione della situazione attuale (Scholz, 1995).

Si potrebbe dire che non interessa, che i ragazzi ormai riconoscono la questione, se non fosse che ci sono state negli ultimi tempi pubblicazioni che mostrano poca volontà di cambiare al riguardo. Così, per esempio, nell’articolo di Franz Schandl per l’opuscolo antibellicista Scharfe Schafe (2003), si trovano alcune posizioni discutibili, che di fatto erano considerate offensivamente problematizzate nel contesto della vecchia Krisis da alcuni che oggi collaborano quasi tutti con EXIT!, ma che nell’insieme venivano “trasportate e tollerate” dal contesto globale di Krisis. Per esempio: “La Shoah serve (…) come pretesto e giustificazione per diversi crimini, bombardamenti, invasioni, attacchi, torture etc. – Dopo il 1945 è stato soprattutto questo metodo che gli ideologi statunitensi e altri guerrieri della Guerra Fredda hanno utilizzato continuamente (...) l’esagerato paragone nazi: così il peggio sarebbe evitato ed esso viene formalmente invocato per dare una mano al cattivo e anche al peggiore. Il possibile superlativo giustifica qualsiasi positivo o comparativo reale” (Schandl, 2003, p. 31). La strumentalizzazione dell’olocausto per legittimare le guerre imperiali dell’ordine mondiale merita certamente di essere criticata; ma in Schandl l’enfasi è posta sugli “statunitensi e altri guerrieri della Guerra Fredda”, quando qui sulla terra sarebbe doveroso sottolineare la partecipazione specificatamente tedesca (per esempio attraverso i rosso-verdi). Ma il riferimento alla storia specificamente tedesca e all’antisemitismo eliminatorio in essa incluso viene fatto scomparire da Schandl nell’”antisemitismo in generale” e nella “storia occidentale in generale”, e in questo quadro le sue osservazioni diventano estremamente discutibili, soprattutto se le relazioniamo con altre espressioni apparentate. Ernst Lohoff, per esempio, parlò una volta nel 2001 proprio in questo senso del “randello dell’antisemitismo”, espressione di cui l’antitedesco hardcore e guerrafondaio Justus Wertmüller si valse poi nella rivista Konkret (Lohoff, cit. da Wertmüller, 2002). Questa versione venne allora corretta il più rapidamente possibile, ma senza una critica di fondo alla dannosa assenza di tatto di Lohoff.

E, dopo l’11 settembre, il saggio di Ernst Lohoff Von Auschwitz nach Bagdad [Da Auschwitz a Bagdad] (Krisis 11/91; Streifzüge 1/2002), oggettivista da un capo all’altro, che già criticai nel mio articolo sullo “Yuppi teutonico” del 1995, tornò a essere pubblicato su Streifzüge, perché egli – come Schandl – continua a mettere sotto il tappeto la specificità tedesca relativamente all’olocausto, mostrando così tratti di quello che nella letteratura specialistica viene definito come “antisemitismo secondario”.

In un recente commento di Schandl affiora di nuovo tale modo di procedere tra il silenzio, ora in relazione allo Stato di Israele. Israele, com’è noto, possiede tutti gli attributi di una costruzione statale capitalista e, su questo piano, la critica della sinistra dentro Israele va appoggiata; ma allo stesso tempo, in virtù dell’importanza centrale della moderna ideologia antisemita, particolarmente nel quadro dell’olocausto, non è “uno Stato come qualsiasi altro”. Riguardo questo punto, anche dalla parte della critica della dissociazione-valore, si hanno affermazioni chiare: “Israele è sempre entrambe le cose allo stesso tempo: uno Stato capitalista periferico sotto condizioni capitaliste in una regione centrale di crisi, da un lato; e un prodotto specifico della resistenza contro l’ultima riserva dell’ideologia di crisi dell’imperialismo, di segno antisemita, dall’altro. Ne consegue che l’esistenza dello Stato di Israele possiede, come già spiegato, una qualità differente da tutti gli altri Stati. Mentre ormai non può più essere nell’orizzonte dell’emancipazione sociale il fatto che i palestinesi costituiscano uno Stato proprio, dal momento che attuale è divenuta la prospettiva post-statale della liberazione, l’esistenza e la difesa dello Stato di Israele si mantengono come una condizione decisiva per sostenere la costituzione di un movimento di emancipazione di tipo nuovo, che non abbandoni l’ansia di liberazione attraverso l’apertura della valvola di sfogo dell’ideologia antisemita” (Kurz, 2003, p. 153).

Questa affermazione è rimasta non discussa nel contesto di Krisis. Schandl, al riguardo, è restato semplicemente in silenzio (probabilmente a causa dell’azione comune contro il bellicismo antitedesco), senza ovviamente condividere realmente questa posizione. Se così non fosse egli non avrebbe potuto scrivere, nel menzionato commento intitolato Bombenlogic [La logica della bomba] (a proposito del temuto armamento atomico dell’Iran): “Non solo gli Stati Uniti, ma anche Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna, Pakistan, India, Israele e Corea del Nord devono essere privi della bomba atomica” (Schandl, 2004). Israele è qui chiaramente inclusa come “Stato nucleare tra Stati nucleari” (e indirettamente relativizzando così la posizione iraniana). Se il duplice carattere specifico di Israele non può essere spiegato in un breve commento, sarebbe stato necessario non co-esporre qui Israele; questo non avrebbe pregiudicato in nulla l’argomentazione. Ma includere Israele nella serie, senza alcuna relativizzazione, può servire solo a un secondo fine. Questo diventa ancora più chiaro se guardiamo all’argomentare successivo di Schandl. Qui “gli Stati Uniti e i suoi alleati” (dove si include naturalmente anche Israele), in confronto all’Iran, sono considerati “una mafia ancora maggiore” e si aggiunge anche: “Non sono stati l’Iraq né l’Iran che hanno invaso gli USA o che hanno minacciato un intervento” (Schandl, ibid.). Senza l’inclusione di Israele, l’argomentazione apparentemente ingenua e astrattamente corretta sarebbe soprattutto insignificante, ma con questa inclusione si trasforma in un mezzo per, senza riferire il carattere specifico di Israele, lasciarla cadere in mezzo alla “mafia maggiore” e ai “veri” Stati canaglia. Ma, naturalmente, non in modo aperto, ma dalla porta posteriore. Vediamo cosa succede – se succede! Ed è successo. Fino adesso non c’è stato alcun grido pubblico contro il modo di argomentare di Schandl. Semplicemente, a causa del silenzio, è stato riferito al contesto della “critica del valore”. Di conseguenza Schandl è stato già elogiato, in opposizione ai violentemente attaccati Comunisti di Leipzg critici del valore, in un pamphlet degli Autonomi di Leipzig, “antisionisti” della cruda lotta di classe, dove allo stesso tempo si dice con chiarezza: “L’affermazione secondo cui lo Stato di Israele sarebbe necessario per la difesa degli ebrei di tutto il mondo è un assurdo senza fondamento” (“Feierabend” nº 14). E, nel frattempo, anche i neonazi di “Aktionsbüro West” pretendono di “liberare dalle armi nucleari” specialmente Israele, come si dice nella loro convocazione a una manifestazione (www.demo-essen.tk).

Per quanto riguarda i metodi di Schandl, già Günther Rother ha dimostrato, in una critica difficile, che la sua critica ad Haider, vista nel dettaglio, equivale a una vera e propria “ode ad Haider” (Rother, 2005). “E’ così che funziona in Germania la resa dei conti con il passato'” scrive Trenkle nella sua critica al Comitato Scientifico di Attac, riguardo la svalutazione delle tendenze antisemite da parte di Attac (Trenkle, 2004 c); “così funziona la resa dei conti con il passato nella Krisis tedesca”, dico io depressa ed arrabbiata.

Trenkle in questo modo problematizza infatti la rimozione da parte di Attac del passato tedesco, ma questo succede solo brevemente all’inizio, sotto l’aspetto dell’”antisemitismo a sinistra”, per poi, su un piano teorico, che in Trenkle costituisce la parte principale dei suoi commenti, tornare ad argomentare indipendentemente dal paese e dal contesto, per affermare che “qualsiasi (!) antisemitismo (presenta) al dunque tratti eliminatori” (Trenkle, 2004). E qui si scansa di nuovo la specificità tedesca!

Qui l’uomo della residua Krisis può allora recitare seriamente contro Attac-Germania, come se gli uomini della residua Krisis fossero stati al riguardo sempre “truppe di intervento rapido”: “Ci è voluto molto tempo affinché Attac-Germania prendesse sul serio la critica delle tendenze antisemite nelle proprie filiere. Dopo diversi interventi da dentro e da fuori si è ora finalmente aperta una discussione che era amaramente necessaria” (Trenkle, 2004). Del resto si manifesta (in Attac) in quasi “tutti i testi un’enorme pressione per minimizzare le tendenze antisemite, renderle invisibili e negarle (…). Pare comunque che il Comitato Scientifico sia entrato nella discussione soltanto perché la pressione dall’esterno è stata molto forte ed era in gioco la sua stessa reputazione” (Trenkle, 2004).

Quanto a questo articolo di Trenkle, vale per il contesto della residua Krisis (particolarmente per Schandl e Lohoff) quel che egli attribuisce al Comitato Scientifico di Attac: “Condanne astratte sul piano dei comunicati e chiudere gli occhi quando appare” (Trenkle, 2004), cioè quello che si applica a Trenkle nel proprio contesto di “critica del valore”. Nel contesto della residua Krisis succede appunto quello che Trenkle condanna riguardo l’antisemitismo nel Comitato Scientifico di Attac: sono entrambi “gettatori di fumo” (Trenkle, 2004).

Significativamente, nello stesso numero di Streifzüge, in cui Trenkle fa gran sfoggio del non essere contaminato dall’antisemitismo e di essere il suo critico più aspro, Lorenz Glatz si riferisce positivamente a un testo di Ulrich Weiß (partecipante alla discussione in quello spettro a cui Krisis si “apre”) nel giornale Freitag, che mostra abbastanza direttamente punti di legame con un antisemitismo strutturale dal lato della “critica del valore”, come mostrerò (Glatz, 2004, nota 3). Qui non si prende sul serio, proprio da parte della residua Krisis, ciò di cui Trenkle tenta di convincere Thomaz Sablowski (Attac): “Non tutti quelli che usano espressioni di stampo antisemita sono antisemiti. Però dovrebbero essere responsabilizzati per quel che esprimono, prendendo sul serio quel che è. Tuttavia Sablowski fa il contrario. Egli scosta e mette sotto il tappeto ciò che necessiterebbe di una critica impietosa” (Trenkle, 2004).

Ora scrive Ulrich Weiß: “Il produrre sarebbe una necessità umana! Splendido! (sic!) Il fine della valorizzazione pregiudica severamente il dominio del potere astratto (!), soprattutto l’uso del potere umano (…) Il software libero svalorizza Microsoft, altre imprese e merci, e allo stesso tempo rende il mondo obiettivamente più ricco. Montagne di avvocati (!) fanno pressione nell’ambiente capitalista in generale per vincolare di nuovo questa creazione alle forme della proprietà e del valore. Così come le terre degli indios in Chiapas devono essere trasformate in oggetto di diritto e merce, anche nelle metropoli non ci può essere alcuno spazio libero dalla valorizzazione (...) Parti crescenti del popolo (!) presentono che qui ormai non c’è più nulla di umano da guadagnare. Fondamentalmente sono sfiduciate dalla politica (dai politici) e i boicottaggi elettorali, fortunatamente, sono i primi passi di un movimento generale di ricerca (…). Che significa se le persone, nelle attuali condizioni, si relazionano tra loro come esseri umani e non come clienti, venditori, salariati, capi, non come maschere di carattere, se diventano bambini che ora realmente non contano nulla, in anziani, in amore, che arriva sempre alla totalità – se essi, pertanto, si liberano anche se solo parzialmente ma coscientemente degli sforzi della valorizzazione, delle carriere, del vendersi? ‘Mio figlio’, cantava Gundi Gundermann, 'è oggi ormai la rivoluzione'. Il futuro oggi non può essere conquistato con la lotta di classe contro classe, dello Stato contro Stato, ma solo attraverso l’immediato (!) sostenere e difendere una vita al di là della classe, dello Stato, della valorizzazione. Il già esistente come comunista in tutta la storia può ora realmente e finalmente avere impatto storico. Cioè il ‘folle’ – il presunto impossibile - diventa l’unico realista. Produzione di acciaio, ospedali, educazione? Domande e domande cui si dovrebbe rispondere, e a cui si potrebbe anche rispondere se fosse affermato il ‘voler essere un essere umano’ (!), se in nuove forme di prassi, come per esempio in un’associazione di freaks di free software, le persone si ammutinassero dal mainstream e sviluppassero nuove abitudini e mentalità” (Weiß, 2004).

Ci arriva qui l’appello alle casse di risparmio, con Iris Berben: “Mantenersi un essere umano vale molto di questi tempi”. Con sotto l’insegna: “Casse di risparmio per la Germania”.

L’articolo di Weiß in fondo sarebbe potuto uscire per Jungen Freiheit (1). Si potrebbe obiettare che Weiß si trova più nella periferia di Krisis e che non ha nulla a che vedere direttamente con la residua Krisis. Ma anche volendo presupporre che non tutti gli uomini della residua Krisis cercano di giocare in questa forma appariscente e cruda l’apparente “concreto-immediato” contro l’”astratto” – comunque, in base a una lettura dell’articolo di Moishe Postone Nationalsozialismus und Antisemitismus ci sarebbe da sapere, fin nella più remota regione di Krisis, che un punto di vista dell’immediatezza imparentato con un vago ragionamento contro il feticcio “astratto” della merce, del diritto e del denaro può portare acqua al mulino dell’antisemitismo strutturale e costituire il movente di attitudini conservatrici quando non anche reazionarie. “Lavoro” qui è semplicemente scambiato per attività, o attività libera. Senza mediazione, l’”immediato sostenere e difendere una vita al di là della lotta di classe, dello Stato, della valorizzazione”, essa stessa astratta in senso deteriore, è contrapposto al valore astratto, al diritto astratto, come se questa “vita” ormai non fosse già socialmente costituita, mediata da questa astrazione reale (e dalla dissociazione sessuale, naturalmente per nulla tematizzata da Weiß), e come se gli individui non fossero caratterizzati da relazioni sociali patriarcal-capitaliste (cf. Haarmann, 2004). Mediante la personalizzazione, per mezzo della formula delle “montagne di avvocati” che impongono il cattivo astratto contro il “popolo”, brilla ovviamente il cliché antisemita. Fin dove dovranno davvero arrivare i limiti della tolleranza “critica del valore” nel proprio seno?

Se, in difesa del proprio interesse precarizzato, il lavoro astratto è combattuto semplicemente per contrapporgli immediatamente una concreta diffusione di “attività libere”, allora, in aggiunta, vale anche in questo contesto quel che Werlhof già aveva constatato per gli alternativi: “Per 'lavoro non retribuito' la maggior parte delle volte si intende qualsiasi ‘settore’ informale, una ‘economia clandestina’, ‘invisibile’, ‘sommersa’ o ‘zona grigia’, ‘ombra’ o lavoro ‘autonomo’ nel capitalismo (Huber), 'economia della sussistenza' o anche 'doppia' (Huber), perfino quel che non è altro che lavoro domestico nel capitalismo si pretende in modo grottesco che sia lavoro ‘autonomo’ nel capitalismo (…). Gli ‘alternativi’ non sono nati in virtù di conclusioni finali, ma perché i proletari sono stati e continuano a essere licenziati, e adesso devono trovare nuovi mezzi di vita, una nuova affermazione di sé, identità e base di potere” (Werlhof, 1983, p. 132 sg.). E in questo contesto - “mio figlio è oggi ormai la rivoluzione”. Il “culto dei bambini” e l’occuparsi narcisista dei bambini da parte dei genitori negli ultimi decenni è stato un tema continuo della sociologia e delle pagine culturali degli anni ’80. Bimbi, cucina e copyleft potrebbe dunque essere il motto dell’uomo recentemente trasformato in casalinga e in difficoltà (di potere).

Per quanto riguarda le idee di dominio e anche di personificazione, Ernst Lohoff, che ora si trova davvero al centro della residua Krisis, nel frattempo – dopo che io avevo già formulato questa critica – è regredito ancora di più di Weiß: “Non sono stati i manifestanti (riferimento alle manifestazioni del lunedì contro il programma Hartz IV) che hanno messo fine al consenso in Germania Federale, ma semmai l’economia e la politica con il loro programma di tabula rasa apertamente laboral-terrorista e socialdarwinista”. E ancora: “Con la sua strategia di etnicizzazione del sociale, la politica tedesca prosegue obiettivi politici di potere brutale. Coloro che nella sinistra condannano i manifestanti del lunedì, invece, macchinano soprattutto motivazioni di politica dell’identità. Si confonde l’astrazione del proprio punto di vista con la radicalità e si cerca rifugio in pretenziosi esercizi di critica dell’ideologia (!) per vendere, a sé e agli altri, la propria capitolazione come fosse il suo contrario. Così la critica al movimento sociale diventa più importante della critica all’oggetto, l’Hartz IV” (Lohoff, 2004).

Per quanto sia vero che vi sia qualcosa di estremamente intollerante, per esempio nelle critiche antitedesche contro le manifestazioni del lunedì, comunque il metodo estremamente polarizzato qui utilizzato – i buoni da un lato, cioè i manifestanti; i cattivi dall’altro, cioè “politica ed economia” (il surrogato del vecchio nemico di classe “da fuori”) – è estremamente discutibile; come se non ci fossero, anche nel “buon popolo”, abbondanti tendenze socialdarwiniste (vedere su questo Rentschler, 2004). E’ vero che anche Lohoff vede in azione momenti razzisti e di destra tra i manifestanti, ma nell’insieme essi sono in ogni modo buoni. Contro questo la parola d’ordine dovrebbe essere: contro l’Hartz IV, ma anche contro ciò che, seppur nella protesta contro di esso, include questo programma o momenti di esso. Come se non si potesse e dovesse essere contro l’Hartz IV e contro le motivazioni ideologiche da un capo all’altro ugualmente oblique di tali manifestazioni. Quando Lohoff parla dell’”etnicizzazione del sociale”, vuole riferirsi in tutta serietà soprattutto alla presunta reciproca caccia ideologica tra tedeschi orientali e tedeschi occidentali, quelli “di colore” neanche appaiono più e vengono esclusi nella costruzione mediata dalla concorrenza che, in forma embrionaria, già possiede colpevoli personalizzati. Una versione riassunta di questo articolo si incontra nello stesso numero di Streifzüge (nº 32, 2004) in cui Trenkle rimprovera severamente al Comitato Scientifico di Attac sul tema dell’antisemitismo, tuttavia corretta di modo da espungerne punti problematici che ho qui menzionato. Desta sospetto che le formulazioni della residua Krisis e di Streifzüge, che quando appaiono in Attac sono attaccate spettacolarmente come scandalo, poi, nel caso di Lohoff e del suo contesto, siano infilate sotto il tappeto per, ad esempio nel caso dei manifestanti del lunedì contro l’Hartz IV, tornare a venire legittimate di nuovo clandestinamente.

6

Krisis prosegue perciò la stessa doppia strategia e doppia morale di cui Trenkle accusa il Comitato Scientifico (marxista-tradizionale) di Attac, declinata semplicemente alla maniera “critica del valore”, secondo il motto: “Rimozione della spazzatura nello stile della casa Krisis”. Ma anche: “Condanne astratte sul piano dei comunicati” (Trenkle) e “chiudere gli occhi quando appare” nel proprio contesto di critica del valore (specificatamente in Lohoff, ma anche in Schandl e altri). Nella residua Krisis esiste dunque una certa divisione dei compiti al riguardo. Trenkle, come fabbricante professionale di alibi, tira fuori “indignazione” per quel che si riscontra anche in Lohoff, Schandl, Glatz, Weiß & Cª, in parte in maniera aperta, in parte in maniera morbida. Al dunque si tratta per la residua Krisis e il suo entourage dell’ipostatizzazione e della romanticizzazione del “concreto” e del preteso immediato, incline per di più all’antisemitismo.

Da qui anche la buona accoglienza a un breve contributo dall’esterno nella prospettiva della teoria dell’ideologia (in assenza di una propria analisi della critica dell’ideologia) sulla feticizzazione della prossimità, del “naturale” e del “proprio sentimento” etc. (per dimostrare quanto si è “aperti” e, naturalmente, di nuovo, quale vantaggiosa opportunità di presentare alibi) di Thomas Seibert in Streifzüge; si pretende di rendere invisibili tali tendenze all’interno del contesto della residua Krisis (i “gettatori di fumo” tornano a essere legati!), poiché – in una prospettiva riduttiva di sociologia delle classi – qui si invita il lettore a diventare “migrante” e si constata, in legame con Negri, che la “nazione” è un “pezzo di merda” (Seibert, 2004, p. 41).

Si è tuttavia riscontrato, nel corso delle mie esposizioni, che nel contesto della critica del valore non si è così tanto innocentemente contro la “patria”, come si vorrebbe suggerire in modo nebuloso e significativamente attraverso contributi dall’esterno. Al contrario, si vorrebbe, e nemmeno troppo dissimulatamente, aderire se non altro in modo populista a tali sentimenti in questi tempi difficili e precari. La “patria”, proprio mentre si dissolve nel decorso della globalizzazione, è attualmente ovunque, particolarmente nella forma di patriottismo, sia nella CDU o anche, in una certa forma, in alcuni contesti di “critica del valore”. Piuttosto sarebbe bene, precisamente oggi, fondare una “patria dei senza patria” (Giacomo Marramao), che non potrebbe avere nulla in comune coi fondamenti (abissi) discorsivi di un ragionevole falso “critico del valore”, che ricorre positivamente al “sociale nella propria terra”.

Proprio quando si può contare che la critica del valore (anche in interpretazioni e ricezioni meno limpide) incontrerà in futuro maggiore ricezione – e qui torniamo al punto di partenza – esiste l’obbligo di prevenire in anticipo e inequivocabilmente tali tendenze a fare i voltagabbana, a cambiare sostenitori mediante problematici slogan alla moda come, tra gli altri, “appropriazione”, necessità vitali ”immediate”, benché con qualche riserva e contorsione, e ad orientarsi verso un cattivo volontarismo nel senso dell’impulso astratto verso mutazioni sociali agitando bandiere. Ciò discredita la critica del valore in generale e non dura a lungo. Non ci si può semplicemente scrollare di dosso l’acqua del marxismo tradizionale, come Trenkle vorrebbe fare.

Tra l’altro mi sembra che sia tornata ad essere particolarmente tabù la relazione gerarchica di genere nella società in generale, malgrado il genere sia divenuto mainstream e malgrado la sua presenza stabile nelle pubblicazioni della sinistra in generale, come “aspetto” importante ma appunto solo come tale (come in Lewed) e non come logica della dissociazione sul piano concettuale della totalità Talvolta, proprio per questa ragione, la critica della dissociazione come principio basilare diventa innocua e, posta al di là di una mediazione, la dissociazione, cioè il dissociato romanticizzato, può allora essere costruita e strumentalizzata come momento utopico androcentrico ingenuo.

7.

Sono tuttavia certa che le mediazioni qui assenti si fanno notare e sono già note nella propria prassi sociale. E’ semplicemente astratto e corrisponde a una logica deduttiva credere che oggi la prospettiva dell’appropriazione e la prospettiva verso il superamento del mercato e dello Stato decorrano dalla logica del valore, come da se stesse, e che si dovrebbe semplicemente cogliere l’opportunità in modo soggettivamente volontarista. A conti fatti, nella residua Krisis avviene un’analisi che astrae dalla complessità e a partire da qui sono tirate conclusioni, astraendo di nuovo dalla complessità. I processi della globalizzazione che da tempo, dall’inizio degli anni 2000, sono stati un tema privilegiato dai media, difficilmente sono tematizzati dalla residua Krisis, anche in caso di necessità; la prospettiva in Dead Men Working viene unilateralmente dal basso, la prospettiva della rana è quella privilegiata: le relazioni internazionali, la necessità di rete internazionali, ormai da tempo messe al centro dell’attenzione dai critici della globalizzazione, quasi non appaiono più.

Qui non si vuole riconoscere un movimento oscillante, infecondo e irriflessivo nei contesti dei movimenti degli ultimi anni. Dalle grandi conferenze, la cui partecipazione non è stata di grande profitto, si è saltati nuovamente, senza mediazione, al piano locale, regionale e nazionale; invece di riflettere criticamente su questa tendenza, ora è accreditata come soluzione, con retorica enfatica, e non solo nella residua Krisis, una gretta e improvvisa prospettiva di appropriazione, che può servire una motivazione completamente non emancipatoria, un po’ come andare “con l’oca sotto il braccio”.

In questo quadro è necessario constatare nella residua Krisis una tendenza alla riflessione che astrae dalla complessità, anche in relazione alle prospettive future. Questioni come, per esempio, un “piano” per l’insieme della società, indispensabile nelle condizioni altamente complesse della socializzazione mondiale, benché in un modo completamente differente dal “socialismo reale”, per poter ripartire le risorse adeguatamente in modo realmente globale (ove sarebbe inoltre necessario porre la questione della “qualità” delle risorse attuali!) smettono di essere pensate – ciò, ovviamente, non si combina con la prospettiva della rana dell’ideologia della preoccupazione.

Qui prende espressione anche una reificazione della critica del valore/lavoro. “Il lavoro” (e ormai anche la dissociazione-valore!) non è riflettuto come categoria della totalità, caso in cui sarebbe nella posizione di chiarire anche altri “fenomeni” al di fuori di esso, della sua immediatezza economico-sociale e quindi del “dominio” del lavoro, ma invece valore e lavoro sono presentati in modo agit-prop come “domini” e “sfere” delimitati, semplicemente disponibili e “accessibili dall’esterno”; e come tali sono cercati, e a partire da essi tutto si chiarisce. Il pugno calloso si dirige semplicemente solo verso il basso e proprio non ce la fa verso l’alto.

In questo contesto ritengo errato pensare che, siccome il “lavoro tedesco” ha giocato un grande ruolo nell’antisemitismo eliminatorio del nazionalsocialismo, ciò dovrebbe essere necessariamente valido per le attuali posizioni di destra. Bernd Rabehl ha mostrato come le cose avvengono. Così scrivono Peter Kratz e Lorenz Schrötter: “Nuove sono le osservazioni politico-sociali di Rabehl. Con il ‘Diritto alla pigrizia’... è forse possibile un’alternativa tedesca alle proposte di soluzione di orientamento americano della carta Schröder-Blair (…). Rabehl intende discutere la ‘ridefinizione di professione, attività, perdita d’impiego, etica del lavoro e identità’ come ‘superamento positivo del lavoro ’, ‘tuttavia nella coscienza del fatto che la forma sociale, il livello di produttività mondiale e la povertà mondiale non permetterebbero l’abolizione del lavoro nell’’Europa Occidentale o nell’America del nord', come si dice nell’invito al seminario (di Rabehl)” (Krat/Schrötter, 1999, p. 37). Secondo informazioni di Anselm Jappe, ormai anche una “Crisis” francese di destra sta facendo “critica del lavoro” [rivista fondata da Alain De Benoist; n.d.trad.it.]. Di conseguenza, è sbagliato mantenere in forma reificata il riferimento positivo al lavoro come criterio assoluto per le tendenze antisemite e razziste, nella considerazione del fatto che esso giunse fino all’antisemitismo eliminatorio nel nazionalsocialismo in epoca fordista. Nella sequenza del “collasso della modernizzazione” avviene appunto non solo un riferimento affermativo al lavoro, ma anche contro di esso. Considero questa tendenza la più probabile nel futuro. Una critica del lavoro riduttiva, che pure invochi il “sociale” considerato strettamente nel “proprio paese”, può essere riempita in termini di fronte trasversale.

Per cui è anche completamente sbagliato e meccanicista argomentare come Lohoff; e tutta la sua argomentazione personale qui parla contro di lui – benché, come ho mostrato, declinata a sinistra - quando egli stesso diventa personalizzatore e attribuisce falsamente all’economia e alla politica una volontà astratta di potere. Di fronte alla possibilità di recupero conservatore di destra della “critica del lavoro”, è per ignoranza riduzionista che egli scrive: “Nell’epoca della crisi della società del lavoro, basta un test decisivo per separare le proteste sociali emancipatorie da quelle regressive: la questione del lavoro. L’opposizione comincia con il disprezzo di questo principio basilare sacralizzato dalla società delle merci (dove sta la dissociazione-valore come principio basilare? R. S.). La critica sociale che riconosce il primato del lavoro non è affatto critica sociale. La critica del lavoro include, naturalmente, la rottura decisiva con l’entusiasmo della sinistra nei confronti del popolo. Il culto del popolo da parte della sinistra non a caso celebrò ostinatamente le grandi masse come creatrici sfruttate di tutti i valori. L’identificazione con il principio universale del lavoro e con il suo portatore universale, il popolo (lavoratore), sono identici, tanto logicamente quanto ideologicamente. Il riferimento positivo al lavoro costituisce la base comune dell’entusiasmo per il popolo a sinistra come a destra. Ne consegue che solo un anticapitalismo che apra la mano e metta in discussione sistematicamente questa base, merita il nome di anticapitalismo” (Lohoff, 2004 d).

Questa “critica”, che continua ad aggrapparsi a una costellazione passata, mostra di nuovo che la residua Krisis non si avvicina neanche all’analisi e alla critica del soggetto. Sicché soggettività e oggettività sono qui contrapposte astrattamente una all’altra, con l’ultima che trionfa massicciamente. Non si arriva nemmeno ad accostare il concetto di soggetto patriarcale-capitalista; le cui motivazioni (di movimento) in realtà non interessano, per quanto soggetto e soggettività siano stati tematizzati e invocati diffusamente negli ultimi tempi, e l’oggettività in ultima analisi si rigira in un rozzo soggettivismo, come Lohoff già abbozzò nella sua critica alla critica del soggetto di Robert Kurz (cf. Lohoff, 2003 c). In questo contesto – e tenendo presenti le mie precedenti esposizioni globali in generale – ci si chiede semplicemente quando si arriverà esplicitamente, in termini teorici, al passo cinico e impotente in direzione di una beatificata “etica critica del valore”, che pretenderebbe di non aver niente a che fare con il proprio interesse, ma in compenso vorrà regolamentare tutti gli “altri” e segnalerà un interesse per l’educazione della “brava gente”! Come si può vedere nel testo di Urich Weiß, contro il quale non è stata portata alcuna obiezione dalla residua Krisis, con il sopprimere la mediazione, anche il “popolo” torna a essere nuovamente presentabile “in termini di critica del valore”!

A differenza di quanto accaduto negli anni novanta, la teoria dell’ideologia e la critica dell’ideologia in relazione al sessismo e al razzismo non sono più temi alla moda. Ma se la stessa critica del valore è presa dalla corrente per divenire ideologica, o è interpretata in maniera corrispondente e senza opposizione – e qui torniamo nuovamente al punto di partenza – allora è più che mai il tempo che una critica della dissociazione-valore rifletta se rivolgersi a questo tema senza cercare appunto di aggregarsi incondizionatamente al “popolo” a causa della grande euforia nell’avere molta ripercussione. Temo che non si faranno attendere commistioni della critica del valore con contesti conservatori di destra, che avanzano carponi fino al centro; “lavoro senza denaro” già viene propagato nei lavori a un euro, pagati in modo puramente simbolico.

8.

Sarebbe ingenuo credere che la mera enfasi sulle mediazioni tuteli dalla falsa immediatezza. Le mediazioni possono essere semplicemente omesse ideologicamente, per poi mettere a loro posto il semplice “fondare immediato” (Ulrich Weiß).

Una “prospettiva al di là del mercato e dello Stato”, che si può ottenere in questo modo, è in realtà decisamente predestinata a strategie da fronte trasversale. Da tempo si è reso visibile che la forza esplosiva del razzismo e dell’antisemitismo è aumentata drammaticamente contemporaneamente alla crescita della virulenza della “questione sociale”. Per questo è necessario pensare il razzismo, il sessismo e le disparità materiali sempre più come principi costituitivi essenziali della socializzazione della dissociazione-valore invece di giocare gli uni contro gli altri. In questo quadro, si gioca col fuoco quando si pone al centro dell’attenzione, in forma gretta, la propria preoccupazione nella “propria terra”.

Su questo sfondo, la sobrietà della critica sociale mai fu tanto preziosa quanto oggi per la posizione della teoria della dissociazione-valore; costituisce appunto il suo più nobile obbligo presentare i complessi legami e mediazioni senza la cui considerazione, anche la propria situazione sociale non può in partenza essere modificata emancipatoriamente. Qui si dimostra nei contesti della critica del valore, riguardo la “dimensione utopica”, e in Ulrich Weiß questo è abbastanza chiaro, che non siamo semplicemente di fronte a romanticizzazioni qualsiasi. Il “kitsch di movimento”, come Robert Kurz lo ha correttamente definito, si può constatare anche in Hardt-Negri; ma in Ulrich Weiß avviene un riferimento alla comunità e un attacco all’astratto che non potrebbe essere più tipico dell’”ideologia tedesca”.

Con ciò non voglio dire che si debba astrarre dalla propria situazione di vita precaria in ogni parte – io stessa sono ben preoccupata di questo. Penso perfino che volenti o nolenti non possiamo evitare l’appropriazione. Le persone hanno bisogno di un tetto per ripararsi, di avere qualcosa da mangiare e di potersi muovere. Tuttavia non si può attribuire a questa prospettiva, che è dovuta soprattutto e abbastanza pragmaticamente alla lotta per la sopravvivenza, un orientamento in partenza emancipatorio se non vengono prese in considerazione in maniera decisa la dimensione della critica dell’ideologia e la questione della riproduzione sociale globale. Caso in cui si esige necessariamente dai progetti di appropriazione, che assumano una distanza critica in relazione a sé stessi e non li si prenda frettolosamente come il tutto emancipatorio. Solo un respiro profondo e un duro lavoro di autoriflessione proteggono dal gorgo della “falsa immediatezza” e, in ultima analisi, dall’assorbimento all’amministrazione capitalista della crisi. In questa situazione si tratta di scollegare in partenza l’interesse proprio particolare e l’immediato, che appunto è formulato furtivamente dal punto di vista dell’uomo trasformato in casalinga nelle società occidentali, che nella pretesa di allontanarsi dall’interesse di classe e dall’illusione della “volontà libera” può cadere in acque conservatrici di destra.

In questa prospettiva, secondo la mia opinione, non deve esserci in alcun modo una diffusa “apertura” della critica del valore, come propaga la residua Krisis, ma proprio al contrario deve esserci una chiusura contro tali tendenze. Dove questa “apertura” porti diventa chiaro nelle liste di open theory che, con un gesto presunto come emancipatorio e antiautoritario, danno spazio perfino ai cosiddetti “fascisti mondiali”, dispensandomi di far qui la citazione di quest’area (vedere per esempio: www.opentheory.org/maenner/text.phtml).

Ma anche l’autrice deve chiedersi perché non procedette in passato con molta più veemenza contro le tendenze problematiche nel contesto di Krisis. Così scrive Günther Rother, con ragione: “Per quanto riguarda il passato comune, sia la residua Krisis sia gli ex-membri di Krisis devono porsi la questione (o ammetterla) del sapere come si sia arrivati al punto di aver offerto un mezzo di espressione nel contesto della critica del valore ad autori (come Franz Schandl, R. S.) con tali criteri di pensiero” (Rother, 2005).

Si deve anche porre in particolare la questione a Robert Kurz, che a mio avviso si unì a falsi alleati, come per esempio Schandl, nella critica in sé corretta al bellicismo antitedesco. In ogni caso si deve tener conto in suo favore del fatto che nelle discussioni egli si è sempre sforzato di correggere Schandl oggettivamente in termini di contenuto, anche se ciò non accadde con la necessaria durezza. La polemica che Kurz ha condotto contro i bellicisti antitedeschi sarebbe stata opportuna appunto anche nei propri ranghi, rivolta contro Schandl & Cª! Questa polemica, che apparve come unilaterale, gli ha portato insieme ad altri la fama di essere egli stesso un carattere autoritario, perfino un antisemita travestito. La sottile critica di Günter Rother a Schandl mostra con quali sotterfugi retorici può venire da sinistra un pensiero declinato a destra, senza alcuna polemica né “indecenza”. Non è la polemica che costituisce il problema, ma semmai contro chi e su cosa essa si sviluppa. E qui sarebbe stato giusto legare la polemica contro il bellicismo antitedesco al tempo stesso con una polemica contro l’”altra scuola”, quella dell’antisionismo di sinistra, inclusa la versione travestita di Schandl, invece di far prevalere considerazioni “strategiche”.

La stessa questione se la dovrebbe porre anche e soprattutto Andreas Exner che, per esempio in Dead Men Working, da un lato condanna tendenze antisemite in Attac, dall’altro però continua ancora oggi a lavorare con Schandl nel contesto di Streifzüge (vedere Exner, 2004), ovviamente chiudendo gli occhi. Credo che nel futuro EXIT! debba cercare alleati in preferenza fuori da tali contesti di “critica del valore”, considerato che qui non avviene alcun processo di autoriflessione né le conseguenti discriminanti incisive interne in termini di critica del valore. D’altra parte vedo da tempo progredire processi di fermentazione nei movimenti di critica della globalizzazione, per l’appunto anche in settori di Attac, nella raccolta rimproverata da Trenkle Globalisierungskritik und Antisemitismus [Critica della globalizzazione e antisemitismo], come mostra la brochure sull’“antisemitismo strutturale” da questo punto di vista.

Se non altro aree di critica della globalizzazione si sono da tempo incamminate verso un orientamento differente dai nostri scribi imbevuti di populismo della residua Krisis, nel prendere sul serio l’antisemitismo eliminatorio, soprattutto (!) nel contesto tedesco. In particolare, ad esempio, Gallas, che del resto è accusato di tradizionalismo dal lato della critica del valore (vedere al riguardo anche la critica di Carsten Weber in questa edizione di EXIT!), indica giustamente lacune (Gallas, 2004, p. 48 sgs.), mentre l’approccio della critica del valore nella residua Krisis si limita a una “spiegazione macro-strutturale”, venendo subordinati in particolare i contesti specifici nazionali proprio in relazione all’antisemitismo eliminatorio, come Trenkle torna a dimostrare esemplarmente nella sua critica ad Attac. In questo caso è semplicemente spudorato e denunciatorio quel che appunto Trenkle della residua Krisis scrive su questa raccolta di Attac: “Con l’eccezione di un unico articolo (quello di Heinz Düx che, comunque, da parte sua getta uno sguardo molto selettivo sulla sinistra postguerra), in tutti i testi si esprime un’enorme pressione per minimizzare, nascondere e negare le tendenze antisemite” (Trenkle, 2004). Non si vede la pagliuzza nel proprio occhio e si cerca di toglierla dall’occhio altrui.

In questo contesto c’è da augurarsi soltanto che la concorrenza sgradevolmente immanente con EXIT! obblighi la residua Krisis a mettere in discussione lo spostamento a destra che è avvenuto dalla scissione di Krisis, ora che hanno fatto sparire i decisivi correttivi precedenti, e che, quantomeno per ragioni di reputazione, prendano sul serio le obiezioni contro la loro posizione universalista avente per fondo la posizione quale assoluto del valore/del lavoro astratto nella logica dell’identità, invece che rimanere semplicemente in una critica proiettiva dell’estraneo.

Ma, sia quel che sia, tutto il mio articolo è semplicemente pura denuncia!

In questo contesto vorrei ancora, per concludere, prevenire un equivoco e sottolineare che per me non si tratta affatto di affermare un’inevitabile prospettiva del punto di vista, come rappresentata da alcuni approcci epistemologici, soprattutto in relazione a Lukacs. Per me la posizione della residua Krisis rappresenta semplicemente una variante, tra le altre, di come sono digerite ideologicamente nella decadenza le relazioni precarie di lavoro da parte di un’identità mascolina già sempre costruita, in tempi di una reale decostruzione postmoderna, nel decorso dei processi di globalizzazione, ovvero in uno stadio culminante della civilizzazione della dissociazione-valore. Si hanno anche altre possibilità di digestione, oltre quelle qui criticate. Secondo la teoria della dissociazione-valore, soggettività e oggettività non si dissolvono così tanto facilmente una nell’altra, nel senso di una teoria leninista del riflesso, come sempre aggrappata al soggetto, neanche se essa prende in considerazione gli interessi particolari della nuova classe media, nel senso dell’uomo trasformato in casalinga, appunto in un contesto individualizzato. Ciò ovviamente vale anche per le donne, in quanto individui sociali concreti che in qualsiasi modo devono essere resistenti, come ho già mostrato più volte (tra le altre, Scholz 1992, 1999. 2000, 2004), problema che tuttavia non è stato qui approcciato.



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Arranca 28, Novembro de 2003

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Trenkle, Norbert a): Rundschreiben Krisis [Circolare Krisis], 15 Dez. www.giga.or./others/krisis/rundschreiben1204%20End%2015htm.), 2004

Trenkle, Norbert b): Antipolitik in Zeiten kapitalistischen Amoklaufs. Thesen zur neoliberalen Krisenverwaltung und den Perspektiven sozialer Emanzipation [Antipolitica in tempi di amok capitalista. Tesi sull'amministrazione della crisi neoliberale prospettive di emancipazione sociale]. In: Lohoff, Ernst e outros (Hrsg.): Dead Men Working. Gebrauchsanweisungen zur Arbeits- and Sozialkritik in Zeiten kapilalistischen Amoklaufs [Dead Men Working. Istruzioni d'uso per la critica del lavoro e della società in tempi di amok sociale], Münster, 2004.

Trenkle, Norbert c): Entsorgung nach Art des Hauses. Zur Verharmlosung antisemitischer Tendenzen durch den wissenschaftlichen Beirat von Attac-Deutschland [Remozione della spazzatura nella moda di casa. Sulla minimizzazione delle tendenze antisemite dal Comitato Scientifico di Attac-Germania] (https://www.streifzuege.org/2004/entsorgung-nach-art-des-hauses), 2004.

Weiß, Ulrich: Warum nicht selbst Geschischte schreiben [Perché non scrivere la propria storia]. In: Freitag 28, 2004.

Werlhof, Claudia von: Das Proletariat ist tot. Es lebe die Hausfrau? [Il proletariato è morto. Viva la casalinga?], in: Werlhof Claudia von/Mies Maria/Bennholdt-Thomsen Veronica: Frauen, die letzte Kolonie [Donne, l'ultima colonia], Reinbek, 1983.

Wertmüller, Justus: Unter Bauern [Tra agricoltori]. In: Konkret 1/2002.


NOTE TRADUTTORE

(1) Settimanale tedesco portavoce della nuova destra.

(2) In Germania il concetto di fronte trasversale fu coniato nella Repubblica di Weimar, per definire una strategia di alleanza di estrema destra, cercando di accentuare o promuovere punti comuni con le diverse posizioni politiche, in vista della presa del potere di Stato. Questa variante dell'"uniti vinceremo" portò storicamente molti militanti socialisti e rivoluzionari al partita nazista e il nazismo al potere.




Originale DER MAI IT GEKOMMEN. Ideologische Verarbeitungsmuster der Krise in ,wertkritischen‘ Kontexten. Pubblicato nella rivista EXIT! Krise und Kritik der Warengesellschaft, nº 2 (03/2005), pag. 106/137


traduzione by lpz