martedì 3 novembre 2015

Sulle traduzioni



Va da sè che è auspicabile il massimo impegno e la massima cura nelle traduzioni. Va da sè che, per quanto la 'perfezione' di una traduzione abbia più attinenza con le pubblicazioni ufficiali, il pressapochismo e la sciatteria gettano discredito sull'impegno teorico degli autori. Va da sè che la saturazione delle traduzioni produce nausea e può contenere un intento di affermazione personale che coincide con la volontà inconfessata di distruggere i contenuti teorici, in quanto in contraddizione proprio con il temperamento postmoderno e il suo eclettismo “libertario”, la sua infedeltà “libertina” alle verità innegabili, la sua “antiautoritaria” mancanza di certezze, i suoi “eretici” tradimenti ai metodi suggeriti dall’”ortodossia”. Il discernimento sta sia ai traduttori che ai lettori italiani.

Prima di tradurre è bene aver letto un po' di pubblicazioni ufficiali cartacee, per un apprendimento della terminologia e del linguaggio (comunque caratterizzato da insolita chiarezza) degli autori in questione. Controllare cosa sia già stato tradotto e cosa no. Proprio il contrario di un approccio da neofiti sgomitanti attratti dall'originalità e desiderosi di apparire eccentrici, a costo di tradurre senza capire interi passaggi di quel che si sta leggendo/traducendo, magari basandosi esclusivamente su uno strumento molto inaffidabile come il traduttore di google o affidandosi alle identiche radici linguistiche di una parola, rischiando così di equivocare completamente il significato di una parola o di un'intera frase. E che dire delle traduzioni che non passano per la segnalazione dei software riguardo i refusi e pieni di sgrammaticature di ogni tipo?

Di questi approcci a dir poco superficiali se ne vedono spesso anche in Italia: pezzi mutilati, termini del tutto equivocati, affermazioni secondo le quali gli israeliani mettono sotto tiro le città palestinesi quando l'autore sta affermando puntualmente il contrario. E il riferimento è a traduzioni quantomeno comprensibili. Cosa ci sia dentro quelle incomprensibili probabilmente non lo saprà mai nessuno perché nessuno si sottoporrebbe alla tortura di una lettura di uno scritto impresentabile.

Ozioproduttivo non è un sito "attivo" o "militante" da cui attendersi aggiornamenti, non elargisce patenti e non ha alcuna ufficialità. Più del 90% delle traduzioni in esso contenuto non sono firmate, a meno che non siano prese da siti esterni (ove la firma è apposta), perché lo scopo di eliminare quanto più possibile la presenza della personalità del messaggero per diffondere il messaggio è stata la scelta iniziale del sito (senza alcuna forma di profitto in termini di soldi o di ansia da reputazione personale). D'altronde la scelta (limitata) dei testi da tradurre e i modi della traduzione sono inevitabilmente una traccia ineliminabile della personalità del traduttore e delle sue predilezioni. La responsabilità di quanto tradotto è verificabile, comunque, non grazie alla firma o all'anonimato, ma tramite la funzione di archivio che fondamentalmente questo blog intende rappresentare. In questo senso, per quanto l'affermazione possa apparire zelante, a meno che non si tratti di traduzioni sporadiche, la presenza di un catalogo dei testi è la prima condizione per la verifica minima della serietà o della cialtroneria di un contesto in cui questi sono raccolti.

In assenza di un comitato redazionale nazionale (cioè pertinente a una lingua) che operi da filtro e garanzia sull'ufficialità delle traduzioni (sia on line che su edizioni cartacee) e considerando il disinteresse (legittimo) riscontrato tra i più o meno interessati alla critica del valore-dissociazione ad impegnarsi a una diffusione su Internet (per quanto consapevoli che quella di Internet non è una piattaforma "neutrale e innocente"), il minimo che si possa fare è riportare poche ma essenziali citazioni estratte da documenti ufficiali per offrire qualche strumento di discernimento su quel su cui si può incappare sul grande bazar internettiano:

(...) mi è stato detto e mostrato con esempi che miei testi e mie dichiarazioni, solo superficialmente tradotti, contengono grandi equivoci e deturpazioni, arrivando a volte al punto di dire il contrario di quello che era stato detto oppure ottenendo confusione su tutto. (Robert Kurz; Lettera aperta alle mailing list delle traduttrici e dei traduttori).

Un problema in questo caso è a volte la velocità. Qui dovrebbe valere il vecchio adagio: “Meglio meno ma meglio”. Penso che un unico testo tradotto con cura, passato per una discussione, abbia più efficacia di dieci testi tradotti frettolosamente e superficialmente. In ogni caso questa è l’esperienza che ho vissuto più volte in Brasile. Inoltre vale per la traduzione ciò che vale anche per la scrittura di un proprio testo, cioè che la nostra responsabilità per il futuro della critica radicale ci obbliga a maggiore cura e precisione, il che già include la chiarezza. Questo mi sembra molto più importante della diffusione rapida. Perché i risultati devono essere duraturi e non esaurirsi presto. La durata però è possibile solo se ci prendiamo il tempo necessario. (Robert Kurz; Lettera aperta alle mailing list delle traduttrici e dei traduttori).

Che tanti fanatici del PC possano anche in futuro ingannarsi nel contesto della critica del valore-dissociazione (…) deriva (…) dalla loro completa assenza di interesse per il contenuto, ragion per cui la critica teorica costituisce nella migliore delle ipotesi un motivo di “interesse” secondario. Dal momento che per loro ogni legame vincolante a un qualsiasi contenuto specifico è visto in partenza come una maledizione, usano fondamentalmente il rispettivo contesto di gruppo per realizzare le loro riflessioni a essi stessi confuse, e questo perché il contenuto essenziale gli rimane occulto fin dal principio. Proprio quei contesti che non sono stati spazzati via dalla risacca dell’indifferenza postmoderna [cioè la critica del valore-dissociazione; n.d.t.] potrebbero ora diventare l’oggetto preferito di questi parassiti, per il bisogno di iniettare il livellamento narcisista di qualsiasi contenuto principalmente nella critica radicale: le barriere che la critica dell’ideologia potrebbe portare di fronte alle loro fantasie di onnipotenza senza limiti e nella scomparsa di ogni freno inibitorio, impaccerebbero il loro cammino e di conseguenza devono essere demolite. (Daniel Spath; La dialettica della pulsione nella postmodernità).

Il servizio che il culturalismo ideologico può ancora offrire al capitale è unicamente ed esclusivamente l’indebolimento interno della stessa critica categoriale. Poiché questa corre il rischio di trasformarsi in un oggetto puramente estetico attraverso la ricezione parziale dell'apparentemente benvenuta critica del “lavoro”, del valore e della dissociazione sessuale, ossia in un ornamento effimero dell’auto-messa in scena, presentata senza alcun tipo di coinvolgimento. La totalizzazione del design pubblicitario si accompagna alla sussunzione generale di ogni contenuto alla corrente cieca dello spirito del tempo e della moda. Non è questione solo di vestiti alla moda, ma anche di delitti alla moda, di malesseri alla moda e di ideologie alla moda, fino alle indecenze alla moda. Proprio la sinistra postmoderna sta diffondendo ovunque le sue volgari massime attraverso il suo paesino intellettuale di provincia. Per questo le personalità sociali postmoderne sono per principio persone inaffidabili; non possiamo aspettarci da loro alcuna posizione salda e coerente, nemmeno in relazione alla critica categoriale, per quanto essi presumano di appropriarsene. (Robert Kurz; Industria culturale nel XXI secolo)


lpz